domenica 25 settembre 2016

Il tramonto di Merkel

Eric Bonse, dal blog Lost in Europe, analizza il tramonto della Cancelliera: debolezze interne ed europee si sommano, è iniziata la fine di una lunga stagione politica. Da Lost in Europe, un blog indipendente da Bruxelles.

Dove sta andando l'Europa? Dopo la Brexit non è accaduto nulla, la riforma dell'Euro è stata rinviata, il vertice di Bratislava è stato un flop. Una sola cosa è chiara: la Germania non è più' il paese guida. Ormai sa solo frenare.

Un anno fà l'Europa tedesca era sulla bocca di tutti. La Cancelliera Merkel imponeva alla Grecia le richieste del ministro Schäuble e si rifiutava di applicare il trattato di Dublino.

Tutta Europa, con stupore e incredulità, osservava la gestione della crisi dei profughi da parte di Merkel. Oggi tutta la stessa Europa è sgomenta e soffre per le conseguenze delle sue decisioni unilaterali.

Non solo la rapida ascesa di AfD segna il declino del suo potere. Nella politica europea la Brexit è stata molto piu' importante - perché la politica europea di Merkel si appoggiava prima di tutto su Londra.

Dopo il NO di Downing Street la Cancelliera sta solo cercando di difendere lo Status Quo e di mantenere il controllo sugli stati del sud. Ma non sta piu' guidando, non puo' piu' guidare.

Il vertice di Bratislava lo ha dimostrato chiaramente. Sebbene in precedenza avesse fatto il giro di mezza Europa, da Merkel non è arrivata alcuna strategia, nessun piano, nessun obiettivo. E' lei che si sta intralciando la strada da sola.

Renzi si è "fatto beffa" del giro in barca, che oltre alle belle parole sulla sicurezza non ha portato molto altro. Non è emerso nemmeno un nuovo trio; e' rimasto solo Hollande a dare man forte a Merkel.

Ci dobbiamo pertanto preoccupare? In teoria no, perché in ogni caso non dovrebbe essere la Germania a guidare, soprattutto non da sola. L'iniziativa dovrebbe essere presa dalla Commissione UE a Bruxelles.

Ma qui arriva il problema successivo. Da Juncker e dal suo team non arriva più' nulla, nessuno ormai prende sul serio la Commissione. Bruxelles è diventata irrilevante - e non da ultimo, proprio perché era Berlino a volerlo.

Che si trattasse della Grecia, della crisi dei profughi o dell'accordo con la Turchia, Merkel ha fatto tutto sempre da sola, tenendo la Commissione ai margini della discussione. Il cui compito era solo quello di legittimare il risultato.

Ma ora la legittimazione sta svanendo contemporaneamente sia a Berlino che a Bruxelles. Il trucco di Merkel, quello di far passare la sua agenda come un'agenda europea ricadrà su entrambi: sulla Germania e sull'UE.

Lo si potrebbe chiamare circolo vizioso.

venerdì 23 settembre 2016

Il piano Letta bocciato dalla stampa tedesca

Enrico Letta, Jörg Asmussen, Pascal Lamy ed altre personalità di spicco presentano un piano per riformare l'Eurozona. Die Welt accusa il piano di ingenuità e lo boccia: la Germania potrà concedere aiuti solo in cambio di riforme, no ad una unione di trasferimento. Da Die Welt.

Economisti e politici di primo piano hanno realizzato un manifesto per il salvataggio del continente e della sua moneta. Chiedono piu' potere per l'UE. In questo modo fanno un favore ai populisti.

Gli amici dell'Europa sono preoccupati per il continente. Sono inquieti per la Brexit, l'avanzata dei populisti e per l'incombente Euro-crisi. Tanto più' che i timidi tentativi di salvataggio della politica - come al recente vertice di Bratislava - rivelano che i governanti non hanno una soluzione per i problemi europei. 

Per risolvere i dilemmi dell'UE c'era bisogno di un importante gruppo di economisti e di rinomati ex politici europei. Hanno presentato una sorta di Euro-manifesto, un piano in tre fasi per il salvataggio del continente e della sua moneta comune.

La parola degli autori del manifesto è sicuramente di peso. Fra loro ci sono ad esempio Enrico Letta, ex primo ministro italiano. Ma anche Jörg Asmussen, ex segretario di stato presso il Ministero delle Finanze tedesco, fa parte del gruppo. Come Pascal Lamy, ex direttore generale del WTO.

Il gruppo intende stimolare la politica e allo stesso tempo alleggerire il ruolo della BCE, che attualmente è il solo garante per i tassi a zero e per le iniezioni di liquidità miliardarie.

Euro-salvataggio in 3 fasi

"Una riforma dell'Euro può' essere impopolare per i politici, ma è decisiva. L'azione di Draghi ha salvato l'Euro, ma ora i governi devono fare il loro lavoro" scrivono nell'appello. "L'Euro è vulnerabile e ha bisogno di riforme urgenti, altrimenti non sopravviverà alla prossima crisi. Non sappiamo, se la prossima crisi sarà fra 6 settimane, 6 mesi oppure 6 anni. Ma dobbiamo agire adesso".

Il salvataggio avrà successo in 3 fasi

Prima di tutto è necessario ampliare le misure di aiuto e di primo soccorso. Cosi' la zona Euro, ora in crisi, in futuro dovrà essere in grado di resistere agli shock esterni e interni. Gli strumenti già esistenti, come il meccanismo di stabilità ESM o l'unione bancaria dovranno essere ampliati e resi flessibili - per scongiurare le minacce in maniera preventiva. Con un budget di emergenza di 200 miliardi di Euro, in caso di necessità si potrebbero acquistare titoli di stato. 

Nella seconda fase le economie divergenti dovrebbero essere riportate verso un comune percorso di crescita. Qui il gruppo degli Euro-salvatori propone il metodo del bastone e della carota. Gli stati in crisi dovranno applicare immediatamente le riforme strutturali. In cambio saranno ricompensati rapidamente con un pacchetto di investimenti miliardari. 

A quel punto l'Europa sarebbe pronta per il terzo e ultimo passo. I salvatori lo chiamano il "momento federale". E qui arriva il loro messaggio principale. Gli stati nazionali dovranno alla fine cedere la loro sovranità e fare spazio al più' Europa. Ne nascerebbe una unione monetaria "basata su di un'ampia condivisione dei rischi e della sovranità", guidata da un governo economico democraticamente eletto.

L'Euro-manifesto arriva in un momento critico

L'ESM dovrebbe diventare una sorta di Fondo Monetario europeo. Un ministro finanziaro dell'Euro sotto il controllo parlamentare si assumerebbe la responsabilità politica sui programmi di aiuto. Ci sarebbe un budget Euro e una assicurazione comune sui depositi. In questa fase la battaglia contro la crisi sarebbe conclusa e si avrebbe un quadro solido e di lungo periodo in grado di garantire a tutti i cittadini europei una struttura democratica e la stabilità economica. Il primo passo per il completamento dell'Unione monetaria dovrebbe essere la modifica dei trattati UE.

La proposta dei presunti salvatori arriva in un momento critico. Nei 5 principali paesi dell'Eurozona nei prossimi mesi ci saranno importanti elezioni o referendum. In Germania, Francia e Olanda e probabilmente anche Spagna si dovranno votare i nuovi capi di governo o i presidenti. L'Italia ha sull'agenda, entro dicembre, un referendum sulla riforma costituzionale. Nella maggior parte dei paesi, l'idea del piu' Europa, ed è esattamente questo il punto centrale del manifesto, non è particolarmente popolare. Che gli autori del manifesto siano le classiche Euro-élite, che non hanno saputo mantenere le loro promesse di crescita e prosperità, contribuisce ad alimentare lo scetticismo di molti critici. 

Dopo tutto gli autori rivendicano la volontà di sopperire alle debolezze strutturali dell'Eurozona. In parole semplici, ci sono solo 2 sistemi costituzionali stabili: quello in cui i membri della zona Euro mantengono le libertà degli stati nazionali. In questo caso devono anche assumersi la responsabilità delle loro azioni, che nel caso di una unione monetaria significa anche la possibilità di fallire. Oppure, le decisioni e le responsabilità vengono messe in comune. Vale a dire: l'Europa avrebbe l'ultima parola anche sui bilanci pubblici nazionali, nella definizione dei salari o nelle politiche per la concorrenza.

La centralizzazione da sola non è la panacea

Ogni individuo nella sua vita quotidiana prende delle decisioni, le cui conseguenze non possono semplicemente gravare sui vicini di casa. L'UE funziona esattamente in questo modo - con risultati modesti. La BCE, con il suo programma di acquisti, è sola nel tentativo di mantenere in piedi una struttura instabile. Una integrazione maggiore e piu' profonda, secondo il gruppo di esperti, sarebbe la soluzione agli attuali difetti di costruzione.

Che la centralizzazione da sola non sia una panacea, lo mostra chiaramente la situazione del nostro vicino in difficoltà, la Francia. L'economia è sclerotizzata, la competitività è in caduta libera a causa della mancanza di volontà riformatrice. Uno sviluppo in questa direzione non salverebbe l'UE dal baratro - al contrario. Inoltre, solo pochi stati sono pronti a trasferire le loro competenze a Bruxelles. 

Questo lo sanno anche gli autori del manifesto e per questo propongono un "approccio intergovernativo". Questo punto in particolare in Germania non sarebbe particolarmente popolare. E' stato in primo luogo il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble in Europa ad affermare un principio. Temendo che la disponibilità ad un aiuto immediato avrebbe ridotto gli sforzi di riforma, gli aiuti sono stati concessi solo in cambio delle riforme.

E' vero che anche gli autori vorrebbero far fluire gli aiuti solo dopo aver visto le riforme. Ma il pacchetto di aiuti di primo soccorso potrebbe invogliare molti governi a rinviare le dolorose riforme economiche necessarie. Tanto piu' che i 200 miliardi di Euro previsti non sarebbero nemmeno sufficienti per calmare i mercati finanziari in caso di crisi. 

mercoledì 21 settembre 2016

La Bundesbank difende Draghi

Nell'ultimo bollettino mensile Bundesbank analizza gli effetti redistribuivi della politica monetaria della BCE. Secondo la banca centrale tedesca i tassi a zero non sono necessariamente un favore ai ricchi, ci sarebbero effetti positivi anche per i redditi piu' bassi. Un riassunto da bundesbank.de, per l'analisi completa qui
L'obiettivo della politica monetaria dell'Eurosistema è una moneta stabile. La redistribuzione dei redditi e dei patrimoni all'interno della società è un compito della politica. Nonostante questa chiara divisione dei compiti, le banche centrali dell'Eurosistema sono state accusate di favorire la disuguaglianza nella redistribuzione della ricchezza all'interno della società. "Nel dibattito pubblico i programmi di acquisto delle banche centrali sono considerati responsabili dell'aumento di valore di alcune voci dell'attivo, come gli immobili e le azioni, che nelle dinamiche di redistribuzione sono associate ai patrimoni di grandi dimensioni", si dice nel rapporto mensile. Questa conclusione secondo gli economisti di Bundesbank è avventata.

I critici escludono la possibilità di una riduzione della disuguaglianza

In primo luogo per i critici le misure dell'Eurosistema avrebbero effetti esclusivamente sull'aumento del valore dei patrimoni, ma non ad esempio sulla congiuntura e sul mercato del lavoro. Se le misure di politica monetaria migliorano le condizioni del mercato del lavoro, diminuisce il rischio di restare disoccupato. I lavoratori poco qualificati, e le famiglie piu' povere ne possono approfittare, dato che i membri di queste categorie di solito rischiano di perdere il lavoro non appena la situazione economica peggiora. Il miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro potrebbe potenzialmente ridurre le disuguaglianze distributive. 

Gli effetti redistribuivi nel tempo possono cambiare

Molti studi non considerano che gli effetti della politica monetaria agiscono attraverso differenti canali e in tempi diversi. Il prezzo delle azioni, la cui crescita va di solito a vantaggio delle famiglie piu' ricche, reagisce in maniera indiretta alle misure di politica monetaria. Anche gli effetti della politica monetaria sull'occupazione sono d'altra parte visibili solo dopo un certo periodo di tempo. Ed è possibile che ad approfittarne siano le famiglie piu' povere. Secondo gli autori, gli effetti redistribuivi delle misure straordinarie di politica monetaria possono modificarsi nel corso del tempo. "Misure che in un primo momento possono avere effetti redistribuivi verso l'alto, potrebbero in una fase successiva avere un effetto opposto", scrivono gli esperti Bundesbank. Inoltre, i critici non possono sapere, come si sarebbe sviluppata la situazione se le misure di politica monetaria non fossero state adottate.

L'effetto complessivo sulla distribuzione della ricchezza non è chiaro

Sulla base delle ricerche attuali gli economisti della Bundesbank hanno studiato gli effetti redistribuivi delle misure straordinarie di politica economica dell'Eurosistema. Le misure straordinarie di politica monetaria, nel breve termine, potrebbero aver fatto aumentare la diseguaglianza attraverso un aumento del valore dei patrimoni, secondo gli esperti Bundesbank. L'effetto di medio e lungo termine per il momento non è chiaro, poiché questo dipende in modo significativo dai processi generali di aggiustamento dell'economia in risposta alle politiche monetarie.

Nella distribuzione dei redditi le misure straordinarie di politica monetaria potrebbero aver portato ad una riduzione delle disuguaglianze. Studi empirici recenti negli Stati Uniti e nel Regno Unito mostrano che un taglio dei tassi di interesse può' ridurre le disparità di reddito. Per raggiungere questo obiettivo è stato fondamentale il calo dei tassi e la conseguente riduzione della disoccupazione. "Una riduzione delle disparità di reddito a seguito delle misure straordinarie di politica monetaria sembra probabile, purché le misure straordinarie almeno negli elementi essenziali non abbiano sulla redistribuzione gli stessi effetti delle politiche tradizionali", concludono gli economisti di Bundesbank.

martedì 20 settembre 2016

H. W. Sinn: i tassi a zero impediscono la ripresa

H. W. Sinn, ormai in pensione, non rinuncia ad attaccare la politica delle banche centrali: i tassi a zero sono la vera causa della lunga stagnazione. Da Wirtschaftswoche

Denaro a basso costo e tassi a zero non stimolano la crescita, piuttosto aiutano a difendere i patrimoni dei ricchi. Una ripresa duratura sarà possibile solo con un cambio di paradigma economico. 

Quando John Williams, il presidente del potente distretto FED degli stati della costa ovest, ha recentemente proposto di aumentare l'obiettivo di inflazione della FED dal 2 al 3%, molti investitori hanno tirato un sospiro di sollievo. Hanno interpretato la proposta come un segnale per ulteriori bassi tassi di interesse. Tassi più' alti avrebbero significato azioni ed immobili ad un prezzo più' basso - e quindi bilanci in difficoltà.

Williams ha motivato la sua raccomandazione con il pericolo di una "Stagnazione Secolare", un concetto introdotto nel 1938 da Alvin Hansen, un contemporaneo di Keynes. Stagnazione secolare significa: c'è un duraturo eccesso di risparmio rispetto agli investimenti, che anche con i tassi a zero non scompare, perché le opportunità di investimento redditizie sono esaurite. Hansen intendeva smaltire gli eccessi di risparmio attraverso un permanente deficit di bilancio dello stato.

Williams invece si affida alla politica monetaria. Poiché il tasso di interesse reale naturale, quello con il quale viene realizzata la quantità necessaria di investimenti, è nullo o addirittura negativo, la banca centrale dovrebbe puntare a raggiungere un'inflazione più' alta con un tasso di interesse nominale più' basso.

Con la sua paura di una stagnazione secolare l'autore non è solo. Economisti come Carl Christian von Weizsäcker o Larry Summers hanno espresso timori simili. Anche io nel 2009 ho descritto i pericoli di una stagnazione secolare di tipo giapponese.

Nel frattempo molta acqua è passata sotto i ponti, ed in considerazione degli interventi delle banche centrali, ai limiti del loro mandato, emerge una nuova ipotesi. Io la chiamo "malattia cronica auto-prodotta".

Alla base di questa ipotesi c'è il ciclo economico Schumpeteriano. A causa di aspettative regolarmente errate si formano bolle speculative. Le bolle scoppiano, e dopo si torna alla crescita. Gli investitori in previsione di un aumento dei prezzi e dei redditi acquistano immobili e proprietà commerciali, fondano nuove imprese. I prezzi immobiliari crescono, c'è un boom edilizio. 

Inizia una fase di espansione, che si autoalimenta con l'aumento della domanda interna e che coinvolge anche il settore dei servizi. I redditi crescenti spingono la concessione del credito, e l'economia inizia a surriscaldarsi. La valuta si apprezza, l'import aumenta.

Poi la bolla scoppia. L'economia collassa, i prezzi degli immobili scendono, la valuta si deprezza, le aziende falliscono. Terreni, capannoni e case restano inutilizzati e invenduti, e non meno importante, anche i lavoratori restano senza un impiego. Con prezzi più' bassi, un tasso di cambio più' basso e salari più' bassi ci sono nuovi investitori pronti ad entrare, e a fondare nuove aziende con nuove idee di business. Dopo la "distruzione creatrice" c'è una nuova fase di espansione.

Nella fase attuale la distruzione creatrice, come base per una nuova fase espansiva, viene impedita dalla politica monetaria. Le banche centrali si sono lasciate persuadere dai possessori di patrimoni a superare il ciclo economico di Schumpeter mediante la stampa di denaro su larga scala. Hanno fermato la caduta dei prezzi degli asset ed evitato la dissoluzione di molti patrimoni, ma hanno anche evitato che un numero sufficiente di giovani imprenditori e investitori entrasse in campo.

Ad occupare la scena sono sempre le vecchie imprese che a fatica restano a galla, ma che non hanno le forze necessarie per fare nuovi investimenti. Soprattutto in Europa si tengono in vita aziende e banche zombie, bloccando i concorrenti emergenti, che potrebbero guidare la crescita futura. Cosi' l'economia si irrigidisce in una situazione che assomiglia alla stagnazione secolare di Hansen - ma che in realtà è una stagnazione auto-prodotta.

Poiché i bassi tassi implicano un alto valore dei patrimoni, ma non guadagni in conto capitale, i tassi dovranno essere sempre ulteriormente ridotti al fine di garantire agli investitori finanziari i guadagni e i redditi personali da essi derivanti. Con i tassi calanti l'economia finisce in una situazione di "malattia cronica permanente". Questa potrà terminare solo quando nella politica monetaria ci sarà un cambio di paradigma - se non una vera e propria rivoluzione culturale. 

lunedì 19 settembre 2016

Trucchi tedeschi

Come il Ministero delle Finanze tedesco cerca di nascondere l'evidenza: in Germania si fanno pochi investimenti pubblici. Mark Schieritz su Die Zeit.


Per il Ministro delle Finanze tedesco la vita non è mai stata troppo facile. Non c'è una singola conferenza economica internazionale durante la quale al ministro non venga chiesto di fare di più' per rafforzare gli investimenti in Germania. Non può' andare avanti così, avrà pensato qualcuno al Ministero delle Finanze, e avrà quindi deciso di creare un documento per cercare di togliere il vento dalle vele degli avversari.

Come si fa? Semplice, basta riformulare il problema, con ordine pero'.

Nel rapporto pubblicato dal Ministero delle Finanze vengono confrontati i tassi di investimento fra i diversi paesi. Dal documento emerge che il settore privato in Germania investe (relativamente) molto, fatto che nella relazione e nella documentazione viene ampiamente evidenziato (grafico).


Se gli investimenti privati crescono è sicuramente un dato positivo, ma viviamo in una economia di mercato e per gli investimenti privati lo stato è solo indirettamente responsabile. Il dibattito politico non dovrebbe essere se BMW decide o no di mettere in funzione una nuova linea di produzione. Si dovrebbe invece discutere se lo stato contribuisce sufficientemente al mantenimento e alla salvaguardia delle infrastrutture pubbliche - parole chiave in questo caso sono scuole e ponti fatiscenti.

Al Ministero delle Finanze la vedono in maniera diversa e nel documento appena pubblicato si legge la seguente conclusione:

"la richiesta di un aumento degli investimenti pubblici, per rafforzare gli investimenti nel loro complesso, non è sufficiente. Sarebbe sbagliato voler compensare con gli investimenti pubblici un basso livello di quelli privati. Se lo stato intende garantire un maggiore livello complessivo di investimenti, in primo luogo è suo compito migliorare le condizioni in cui gli investimenti possono essere realizzati dall'economia privata.  Detto in altre parole, indipendentemente dai bisogni reali, chiedere un aumento della spesa pubblica, potrebbe rivelarsi controproducente"

Probabilmente dipende anche dal fatto che il bilancio degli investimenti pubblici in Germania, nonostante diverse iniziative del governo federale, è tutt'altro che positivo, come del resto il rapporto stesso riconosce.


Negli investimenti pubblici la Germania è l'ultima della classe - e per relativizzare questa constatazione vengono utilizzati essenzialmente 3 argomenti: negli Stati Uniti gli investimenti sono riconducibili anche alle spese militari; nel resto dell'unione monetaria i fondi strutturali UE hanno spinto il tasso di investimento verso l'alto; in Francia lo stato fa più' investimenti perché lì lo stato ha ancora un ruolo importante nell'economia.

Potrebbe anche essere - ma è realmente plausibile che ci siano sempre fattori speciali per giustificare il fatto che il tasso di investimento è più' alto che in Germania? La situazione non migliora se si allarga il gruppo di paesi, come mostra il grafico seguente dell'OCSE (quota degli investimenti pubblici sul totale degli investimenti).



Anche la BCE arriva ad una conclusione simile (questa volta calcolando gli investimenti pubblici come quota del PIL).

Ma non è tutto, gli investimenti pubblici sono molto bassi non solo se confrontati con gli altri paesi, ma anche in una prospettiva storica. La loro quota sul PIL oggi è solo la metà di quella degli anni '70, come emerge da questo grafico del Consiglio dei Saggi economici (Sachverständigenrats).


Si potrebbe argomentare che cio' è riconducibile alle privatizzazioni, ma alla fine questa strategia evasiva non è convincente. E' necessario prendere una posizione chiara: lo stato tedesco investe molto meno di quanto faceva prima, e molto meno rispetto a ogni altro paese sviluppato su questa terra.

Per me è chiaro che stanno solo cercando di nascondere con qualche trucco questo fatto ormai evidente.

domenica 18 settembre 2016

Salvataggi alla tedesca

Mentre in Italia si prepara il bail-in con le subordinate di MPS, in Germania le banche in crisi si salvano ancora alla vecchia maniera: con il denaro pubblico. Die Zeit intervista l'AD di HSH Norbank, la banca zombie di Amburgo che per ripulire i bilanci cede i crediti inesigibili direttamente alle regioni. Da Die Zeit

Cosa succederà adesso a HSH Norbank, che al contribuente è già costata miliardi di Euro? Intervista al CEO Stefan Ermisch, che crede ancora nel futuro della banca.

DIE ZEIT: Herr Ermisch, il suo istituto è stato il piu' grande finanziatore di flotte navali. Il settore è crollato, giusto?

Stefan Ermisch: fatta eccezione per una piccola ripresa nel 2011, la situazione nel corso degli anni è ulteriormente peggiorata. E' una crisi terribile. La domanda è sostenuta in tutto il mondo, ma l'offerta è sicuramente maggiore.

DIE ZEIT:  proprio in questa situazione i proprietari della banca, i Laender Amburgo e Schleswig-Holstein, nel mese di giugno hanno acquistato dalla banca un pacchetto di crediti inesigibili per un volume di 5 miliardi di Euro. Cosa dovrebbero fare i contribuenti tedeschi con questi rottami?

Ermisch: questa vendita comprende la metà dei nostri casi problematici fra i crediti erogati alle compagnie navali a partire dal 2009, ed ha alleggerito il bilancio di HSH Nordbank. Senza questo trasferimento l'istituto non sarebbe rimasto in piedi ancora per molto. Senza il trasferimento sarebbe stato impossibile vendere la banca entro il 2018, come previsto dalla recente decisione della Commissione UE

ZEIT: lo stato ha un serio problema: 256 navi, molte delle quali troppo piccole per gli standard odierni. Quali pericoli sono nascosti per il contribuente in questi rottami?

Ermisch: non è il mio compito fare questa valutazione

ZEIT: mi scusi, lei conosce questi crediti molto bene, le scadenze, i rischi...fino a qualche settimana fà apparteneva tutto alla banca.

Ermisch: tuttavia non posso prevedere il futuro. Questi crediti problematici, deve essere chiaro a tutti, appartenevano da sempre allo stato, come del resto la banca completa. Ora il portafoglio è anche formalmente proprietà dei Laender, perciò' la prego di chiederlo ai compratori. 

ZEIT: i Laender hanno pagato per i crediti solo il valore di mercato pari a 2.4 miliardi di Euro. Per la banca c'è stata quindi una perdita di 2.6 miliardi di Euro, che è stata imputata sulle garanzie che entrambi i governi regionali hanno accordato alla banca durante la crisi finanziaria. Detto chiaramente: significa che per la prima volta del denaro pubblico contante è uscito dalle regioni ed è fluito direttamente dentro le casse della Banca?

Ermisch: giusto, con la transazione c'è stata una perdita, coperta dai Laender, come previsto dagli accordi.

ZEIT: non stiamo parlando di perdite teoriche, lo stato sta già pagando?

Ermisch: per lo stato non è cambiato molto, per la banca invece si'. Solo un esperimento mentale: quando la banca durante la crisi finanziaria ha iniziato a vacillare, i proprietari avrebbero potuto conferire immediatamente 10 miliardi di nuovo capitale. In quel caso la banca avrebbe potuto cancellare immediatamente i crediti inesigibili e ripulire il bilancio.

ZEIT: è andata diversamente: i Laender hanno dato alla banca solo una garanzia su questi 10 miliardi di Euro

Ermisch: si', che si trattasse solo di una garanzia per le perdite e che queste perdite prima o poi si sarebbero materializzate, era chiaro a tutti i politici coinvolti - la domanda era solo quando e in quale dimensione. Agli occhi della vigilanza bancaria i 10 miliardi di Euro sono come capitale fresco. Purtroppo la garanzia era costruita in modo tale che la banca non potesse utilizzarla per ridurre i crediti inesigibili. Per questo una parte dei crediti inesigibili è stata venduta ai Laender. Se fosse stato per noi, questa cessione sarebbe stata ancora piu' grande. In precedenza avevamo 16 miliardi di Euro di crediti problematici, ora ne abbiamo ancora 11 miliardi - e questo non ci aiuta mentre stiamo cercando di vendere la banca.

ZEIT: durante la crisi Amburgo e Schleswig-Holstein hanno ricapitalizzato la banca con 3 miliardi di Euro di capitale fresco. Hanno poi recentemente acquistato un pacchetto di crediti deteriorati per un valore di 2.4 miliardi di Euro (giugno 2016), il cui valore è molto dubbio, e hanno coperto 2.6 miliardi di Euro di perdite della banca. In totale sono 8 miliardi di Euro. A questo si aggiungono ulteriori perdite, nascoste nei crediti problematici ancora in bilancio.

Ermisch: il conto totale sarà molto caro, nessun dubbio. L'aumento di capitale pero' io non lo considererei. E per le garanzie fino ad ora abbiamo pagato premi per circa 3 miliardi di Euro. Questo viene spesso ignorato.

ZEIT: alla fine i contribuenti quanto avranno sborsato per la vostra banca?

Ermisch: alla fine 10 miliardi di Euro di garanzie sulle perdite. Se questi 10 miliardi di euro saranno interamente utilizzati, si vedrà.

ZEIT: cosa succede se le perdite saranno superiori ai 10 miliardi di Euro?

Ermisch: le perdite che superano questo limite dovranno essere coperte dalla banca

ZEIT: sarà possibile?

Ermisch: penso che in economia niente può' essere escluso. Non prevediamo tuttavia che accadrà, ma naturalmente nessuno può' sapere cosa succederà nei prossimi 6 o 7 anni.

ZEIT: è certo che entro il 2018 si dovrà trovare un nuovo proprietario - oppure la banca entrerà in una procedura concorsuale. Cosi' vuole la UE. Ci sono già acquirenti interessati?

Ermisch: i Laender sono i venditori, e noi come banca li stiamo supportando. Il processo di vendita inizierà pero' quando saranno resi pubblici i conti del 2016, vale a dire la prossima primavera.

ZEIT: chi dovrebbe comprare la banca? Le banche attualmente non sono particolarmente in voga, e la HSH ancora meno.

Ermisch: il mercato bancario è in pessime condizioni, in tutta Europa. Sicuramente non c'è la fila. I proprietari devono pero' vendere, che lo vogliano o no. Cosa manca in Germania? Consolidamento. Ogni banca sostiene di essere in ottime condizioni, ma tutti sanno che le cose stanno diversamente. Nessuna banca in Germania ha una ragionevole quota di mercato. Qui sta l'opportunità. L'acquisto di HSH Norbank offre ai concorrenti la possibilità di migliorare la loro posizione competitiva. Amburgo è una grande metropoli, il Nord e la sua forza economica sono attrattivi. Gli istituti nazionali, ma anche la concorrenza estera potrebbero sfruttare questi punti di forza.

ZEIT: con la vendita si porrebbe fine alle sofferenze per il contribuente? Oppure la garanzia pubblica verrebbe trasferita?

Ermisch: nella decisione UE è previsto che la banca sia venduta insieme alla garanzia.

ZEIT: cosa resterà della HSH Nordbank?

Ermisch: una banca che ha un volume di affari di oltre 80 miliardi di Euro, ideale per le imprese che sono troppo grandi per una cassa di risparmio e troppo piccole per Deutsche Bank. Entro 3 anni avremo tra i 1700 e i 1800 dipendenti a tempo pieno, invece dei 2250 di oggi. E il nome cambierà, come deciso dalla Commissione UE.

sabato 17 settembre 2016

L'Italia senza Euro

Dalla sua rubrica su FAZ.net, Thomas Mayer, ex capo-economista di Deutsche Bank lancia la sua profezia: l'Italia dovrà lasciare la moneta unica. Da FAZ.net


L'italia è in difficoltà. La volontà politica da sola non basterà per mantenere il paese nell'unione monetaria.

Villa Vigoni sul Lago di Como è una perla nel portafoglio immobiliare della Repubblica Federale Tedesca. L'ultimo proprietario l'ha donata ad una fondazione per il dialogo fra Italia e Germania sui temi della scienza e della cultura. Poiché i vertici della fondazione fortunatamente considerano l'economia una scienza rispettabile, il mese scorso ho avuto l'onore di essere invitato ad una conferenza. Il giorno della mia partenza sulla FAZ è stata pubblicata la mia rubrica dal titolo "Italia paese in crisi". Avevo sottovalutato l'intensità con cui i partecipanti leggono la FAZ. Poiché il testo era già stato pubblicato il sabato pomeriggio, durante il pranzo prima della partenza è stato oggetto di intense discussioni.

La parte italiana era d'accordo con la mia visione critica sulla situazione economica, tuttavia non credeva alla mia previsione: l'Italia prima o poi dovrà lasciare l'unione monetaria. Allora ho chiesto ai miei interlocutori italiani, perché l'Italia vuole a tutti i costi restare nella camicia di forza dell'unione monetaria, imponendo all'economia un cambio troppo forte.

Fuori dall'unione monetaria la nuova moneta italiana avrebbe sicuramente un valore esterno minore, l'economia in questo modo potrebbe tornare competitiva sui mercati internazionali. La risposta è stata che il paese è entrato nell'unione monetaria proprio per imporsi una migliore politica economica con la forza di un vincolo esterno.

Invece è accaduto il contrario. Dall'adesione all'unione monetaria la qualità della politica è diventata decisamente peggiore. La Banca Mondiale calcola per alcuni dei paesi membri un indice di qualità della gestione politica del paese. Tra il 1996 e il 2014 per l'Italia l'indice è sceso di 11 punti, la peggiore performance dell'Eurozona. Con 67 punti su 100 l'Italia nel 2014 era l'ultimo fra i paesi dell'Eurozona. Perfino la Grecia con 69 punti era davanti all'Italia. Nell'Unione Europea solo la Bulgaria e la Romania erano dietro.

I miei interlocutori italiani hanno affermato che nessun politico italiano, o di un altro paese della moneta unica, potrebbe seriamente pensare ad una uscita dell'Italia. Ma la difesa dello status quo si basa sul presunto primato della politica rispetto alle necessità economiche. E' improbabile che questa ipotesi tenga. Già nel 19° secolo l'economista e ministro delle finanze austriaco Eugen von Böhm-Bawerk, a ragione, negava che il potere politico potesse dominare sulle leggi economiche nella distribuzione del reddito fra lavoro e capitale. 

E' molto probabile che la tesi di Böhm-Bawerks possa essere applicata anche al regime monetario. Vale a dire, la volontà politica da sola non sarà sufficiente per mantenere l'Italia nell'unione monetaria. Se le condizioni economiche dovessero restare insoddisfacenti come negli ultimi 18 anni, il desiderio di restare nella moneta unica si indebolirà e le forze politiche centrifughe prenderanno il sopravvento. L'ascesa del Movimento 5 Stelle va in questa direzione.

Ma allora i trasferimenti pubblici fra i paesi dell'Eurozona non potrebbero ridurre le differenze economiche ad un livello accettabile? Alla fine il nord Italia con i suoi trasferimenti stabilizza il sud Italia, e in Germania i Laender piu' ricchi sostengono quelli piu' poveri. Per la redistribuzione delle entrate fiscali fra le regioni c'è bisogno di un legittimo governo centrale democraticamente eletto, in grado di gestire l'equilibrio fra gli interessi delle regioni. La compensazione regionale potrà essere accettata da tutti solo se viene fatta secondo regole generali considerate eque dalla collettività. Da questa situazione nell'Eurozona siamo lontani anni luce.

La parte maggiore dei trasferimenti è garantita dalla politica monetaria e dai meccanismi di stabilità europei sotto forma di riduzione del costo degli interessi. Una piccola parte viene distribuita attraverso i fondi strutturali e il "piano Juncker" per la promozione degli investimenti. Poiché l'efficacia dei trasferimenti ufficiali è dubbia e i trasferimenti nascosti sono per molti cittadini illegittimi, la disponibilità dei politici nei paesi donatori è molto bassa. Un aumento dei trasferimenti rafforzerebbe le forze eurocritiche in questi paesi.

Nella cattolica Italia si crede ai miracoli, e per un lungo periodo di tempo si è creduto che Matteo Renzi potesse guarire lo stato e l'economia. Ma pare che a Renzi la guarigione miracolosa non sia riuscita. Ora si parla di forze oscure che in Germania userebbero l'Euro a scapito dell'Italia per persegure i propri interessi. La conclusione non è difficile: se le forze oscure dovessero diventare incontrollabili sarà necessario lasciare l'Euro.