mercoledì 20 settembre 2017

Cercasi disperatamente 45.000 autisti all'anno

In un paese con oltre 2.5 milioni di disoccupati ufficiali e un altro milione e mezzo di disoccupati occultati nelle statistiche ministeriali, le associazioni di categoria nel settore del trasporto continuano a lamentarsi per la mancanza di autisti di camion. Ne mancherebbero oltre 40.000, e nei prossimi anni la situazione potrebbe peggiorare tanto da mettere in pericolo lo sviluppo economico. Ne parla Die Welt.


Alcuni spedizionieri ci provano con parole semplici: "Ciao Peter, ci vediamo piu' tardi?", è scritto nella parte anteriore di un camion cisterna dell'azienda Anhalt di Dithmarschen. Il numero di telefono della sede aziendale è grande abbastanza da poter essere letto e copiato.

La media azienda della Germania del Nord cerca disperatamente autisti e per questa ragione scrive le sue offerte di lavoro direttamente sui mezzi. Ma in realtà solo raramente riescono a trovare qualcuno interessato. 

La carenza di camionisti sta diventando un problema molto serio nel settore della logistica. Anche dei salari orari decisamente piu' alti o degli incentivi salariali per chi inizia a lavorare, in molti casi, probabilmente non servirebbero a molto. Le aziende colpite ritengono che presto non sarà piu' possibile trasportare le merci laddove ce n'è bisogno.

Ogni 50.000 pensionamenti ci sono 10.000 nuovi arrivi

Le associazioni di categoria danno l'allarme. Secondo un recente studio per la Banca Mondiale, realizzato dalla Kühne Logistics University, in tutta Europa c'è una mancanza di conducenti di camion. "Al momento attuale i problemi principali sono in Germania e nel Regno Unito", è scritto nell'analisi.

Il calcolo è semplice: in Germania lavorano circa 1.5 milioni autisti di camion, un milione di questi ha piu' di 45 anni. Ogni anno circa 50.000 autisti vanno in pensione, la tendenza è crescente. I dati sono forniti dal rapporto sul mercato del lavoro di Dekra.

Si tratta di lavoratori che devono essere sostituiti. Ma anche questo non basta. Il trasporto stradale in Germania cresce di anno in anno ad un ritmo di poco inferiore al 10%. Dietro a questo trend, ad esempio, c'è la crescita degli ordini nel commercio elettronico. D'altro canto il settore delle spedizioni, in media, negli anni scorsi ha formato solamente 10.000 autisti di camion ogni anno.

Anche i soldi non aiutano

Attualmente secondo i dati dell'Associazione Tedesca degli Spedizionieri e della Logistica (DSLV) in Germania mancherebbero almeno 45.000 autisti di camion. "Il mercato del lavoro è esaurito, non riusciamo piu' a trovare camionisti", dice Mathias Krage, presidente dell'associazione di categoria e proprietario dell'omonima impresa di trasporti di Hannover.

Anche offrire piu' soldi non aiuta. "Con i salari ci stiamo muovendo in direzione della IG Metall (sindacato metalmeccanico)", dice Krage. Invece dei 2.000 lordi mensili che solitamente offrivamo fino a pochi anni fa, oggi i conducenti iniziano da 2500-3000 euro lordi mensili.

Nelle grandi città come Berlino i salari orari sono intorno ai 18 euro lordi. A questi si devono aggiungere le indennità per i viaggi a lunga percorrenza.

Rendere nuovamente attraente il lavoro del camionista

Secondo le osservazioni dell'associazione di categoria, a chi inizia a fare questo lavoro i trasportatori attualmente pagano uno stipendio iniziale di circa 2.000 euro lordi mensili. Negli Stati Uniti, dove la situazione sul mercato del lavoro nel settore è similie, i media specializzati parlano di compensi a partire da 10.000 dollari (8.340 euro).

Il problema riguarda la grande maggioranza delle aziende: secondo un'indagine rappresentativa condotta dall'Associazione tedesca di logistica (BVL), l'82% delle imprese prevede che la carenza di lavoratori qualificati avrà un impatto negativo o molto negativo sul successo della propria azienda nei prossimi 10 anni.

"Al momento ci stiamo rubando il personale l'uno con l'altro. Il denaro da solo non aiuta a risolvere il problema", dice Krage. Semplicemente c'è troppo poco personale qualificato. Il settore deve riuscire a far tornare attraente il lavoro dell'autista professionista.

Le pause prescritte in aree industriali desolate

Sicuramente il mestiere non è particolarmente attraente. Cosi' i lobbisti ad esempio si lamentano "delle spiacevoli situazioni al carico e allo scarico sia nell'industria che nel commercio". Tutti i giorni i camionisti arrivano in aree di stoccaggio alquanto affollate, dove nei momenti di punta ci sono anche piu' di 100 carichi in attesa.

Sono situazioni comuni ad esempio nel centro logistico di Amazon a Bad Hersfeld oppure di fronte al magazzino centrale della catena di supermercati Rewe all'aeroporto di Monaco. Per quanto riguarda l'organizzazione delle consegne ai magazzini, Amazon fra gli spedizionieri ha una pessima reputazione.

Ma anche il grande complesso di Rewe, che si estende accanto alle piste di partenza e atterraggio, dagli autisti viene considerato un caso problematico. A causa delle code nelle rampe di carico, i conducenti perdono tempo di guida prezioso - il tempo consentito dalla legge al volante.

L'abolizione del servizio militare obbligatorio ha aggravato il problema

Spesso gli autisti sono costretti a trascorrere la pausa di lavoro, come prescritto, in aree industriali inospitali, senza servizi, docce o ristorazione.

Per quanto riguarda la formazione, il settore delle spedizioni soffre ancora per l'eliminazione della leva obbligatoria: ai tempi del servizio militare obbligatorio la Bundeswehr formava ogni anno fra i 10.000 e i 15.000 autisti.

Da allora all'intero settore mancano disperatamente questi giovani. Fino ad ora l'industria è riuscita a compensare questa cifra solo grazie alla propria formazione. Tuttavia non è stato affatto sufficiente.

Per gli studenti il lavoro non è sexy

Gli spedizioni pertanto già dicono che "la situazione dell'approvvigionamento in Germania è in pericolo". Come conseguenza: presto gli articoli di Amazon potrebbero non essere piu' disponibili oppure gli scaffali dei supermercati restare vuoti.

Un manager nel settore trasporti ci riferisce che spesso deve posticipare carichi parziali per una grande catena di drogherie. Ritardi di piu' di una settimana non sono eccezioni, ci dice il direttore. Ci sono colli di bottiglia nella fornitura. "Alla fine della catena di approvvigionamento, nei negozi al dettaglio mancano alcuni articoli", dice il manager del settore. 

Secondo uno studio della società di consulenza PricewaterhouseCoopers il settore delle spedizioni per gli studenti è "unsexy". Fino a quando non si riuscirà a migliorare l'immagine nell'opinione pubblica, non cambierà molto.

Buone notizie per i cittadini UE: potrebbero bastare pochi mesi di permanenza in Germania per avere accesso ai sussidi sociali minimi

Susan Bonath su RT Deutsch segnala una importante sentenza del Tribunale Sociale Federale (Bundessozialgericht) che potrebbe riguardare molti cittadini UE che si trovano in Germania in cerca di un lavoro oppure che hanno pochi mesi di lavoro alle spalle. Invece dei 5 anni previsti dalla recente legge Nahles, per avere accesso ai sussidi sociali minimi e all'assistenza sanitaria potrebbero bastare pochi mesi di permanenza nel paese. Da RT Deutsch.


Secondo una legge del Ministro del Lavoro Andrea Nahles introdotta a fine 2016, i cittadini UE per i primi 5 anni non hanno alcun accesso ai sussidi sociali tedeschi. La signora della SPD in questo modo intendeva impedire la temuta "immigrazione nel sistema sociale". Il Tribunale Sociale Federale (Bundessozialgericht) con una recente sentenza si è opposto alla tanto criticata legge: escludere le persone in maniera permanente dall'accesso ai mezzi di sussistenza minimi violerebbe i principi costituzionali, secondo i giudici di Kassel (B 14 AS 31/16 R).

A presentare il ricorso era stata una donna bulgara. Nel 2011 la donna, allora 35enne, era arrivata nella Repubblica Federale per lavorare. Dopo pochi mesi, tuttavia, aveva perso il posto di lavoro. Il Jobcenter di Hamm le aveva pagato per 6 mesi l'indennità Arbeitslosengeld II (Hartz IV). In seguito le era stata negata ogni ulteriore prestazione, sebbene la donna 6 mesi dopo avesse trovato un nuovo lavoro. Con il suo avvocato Burkhard Großmann ha quindi deciso di presentare un ricorso alle autorità competenti.

La corte sociale di Hamm aveva fatto riferimento alla legge Nahles. I giudici federali invece si riferiscono ad una loro sentenza del dicembre 2015, secondo cui i cittadini UE non hanno alcun diritto all'Arbeitslosengeld II (Hartz IV). Se la loro esistenza è in pericolo, tuttavia, e il loro soggiorno consolidato, e al piu' tardi dopo almeno 6 mesi deve essere considerato tale, il Sozialamt deve intervenire. Se non lo fa deve essere considerata una condotta al di sotto della dignità umana e quindi una violazione costituzionale.

Costi maggiori per i comuni?

La motivazione della sentenza dovrebbe essere disponibile fra 2 mesi. Cio' che potrebbe significare per le autorità locali lo spiega l'avvocato in materia di diritto del lavoro Thorsten Blaufelder sul suo blog: probabilmente i comuni saranno costretti a pagare gli aiuti transitori nelle situazioni piu' difficili e per piu' di un mese.

I giudici inoltre, sempre secondo Blaufelder, potrebbero giudicare troppo basso l'aiuto minimo di base, inferiore al livello di Hartz IV, e quindi presentare un ricorso alla Corte Costituzionale di Karlsruhe. Per i comuni potrebbe rivelarsi una sentenza costosa, visto che sono loro ad essere responsabili per gli aiuti sociali, e non lo stato federale. L'avvocato Großmann in riferimento al caso della sua cliente bulgara per il momento si è mostrato alquanto soddisfatto.

Pressione sul settore a basso salario

Nahles lo scorso anno aveva presentato la legge per l'esclusione dei cittadini UE dai sussidi sociali su pressione dei partner di coalizione CDU e CSU. Anche i politici di AfD, non ancora rappresentati in Parlamento, sul tema avevano lanciato una forte campagna di sostengo.

Non solo le associazioni sociali, ma anche i partiti di sinistra e gli attivisti per i diritti umani avevano duramente criticato il provvedimento. Anche i giuristi dell'associazione "Neue Richtervereinigung" avevano duramente attaccato il provvedimento. Con questa legga il governo federale introduce una "apartheid sociale e legale" e ignora i diritti fondamentali tedeschi, cosi' scrivevano in un documento.

Secondo il gruppo di giuristi, la nuova legge "crea un gruppo di schiavi moderni costretti ad accettare tutte le condizioni di lavoro e ogni livello di retribuzione, pur di sopravvivere e poter restare qui". Non meno importante è il fatto che in questo modo si causa un grave danno anche agli stessi lavoratori tedeschi. Sul tema i giuristi avevano dichiarato: "la legge aumenta la pressione su tutti coloro che hanno un'occupazione nella parte piu' bassa della forbice delle retribuzioni".

Povera, malata e non curata

Quali potrebbero essere gli effetti reali della decisione del tribunale sociale ce lo mostra un caso concreto. Verso la fine di agosto la Süddeutsche Zeitung ha riportato il caso della donna bulgara Ivanka R. Nel suo paese la 54enne aveva lavorato come sarta. In seguito R. ha perso il lavoro e in quanto membro della comunità rom non è piu' riuscita a trovare un'occupazione. E' diventata una senzatetto e ha dovuto dormito presso parenti o conoscenti. Non potendo sopravvivere con i 18 euro mensili dell'indennità di disoccupazione e a causa della situazione di necessità, nel 2016 ha deciso di spostarsi a Monaco.

Nella metropoli bavarese la donna ha trovato un minijob da 450 euro al mese e una camera da 300 euro mensili in una casa fatiscente. In questo modo è riuscita a restare a galla. Una esplosione di gas nel palazzo, anch'esso dissestato, ha distrutto le sue speranze di trovare un secondo minijob.

Come riportato dal quotidiano la donna bulgara è arrivata in ospedale con delle gravi ustioni. Le è stato garantito solamente un trattamento minimo d'urgenza. Non ha potuto pagarsi ulteriori trattamenti sanitari e non è riuscita nemmeno a saldare il conto dell'ambulanza. Il motivo: la donna non aveva un'assicurazione sociale. Solo grazie all'associazione "Dottori del Mondo" è stato possibile operarla.

L'organizzazione di volontariato ha sottolineato davanti al Consiglio sociale di Monaco (Münchner Sozialreferat) gli effetti devastanti della legge sull'esclusione. Insieme al Consiglio della Sanità intendono chiedere al governo federale un regolamento per i casi piu' difficili. La legge Nahles tuttavia resta problematica, "soprattutto per le persone in condizioni di lavoro e abitative precarie". La portavoce ha sottolineato: "il legislatore si è completamente sbagliato quando ha ipotizzato che i cittadini UE avrebbero lasciato la Germania a causa dell'esclusione dalle prestazioni sociali"

Perché di solito, ad aspettare le persone nei loro paesi di origine, c'è una miseria ancora maggiore.

lunedì 18 settembre 2017

Hans Werner Sinn: "Romania e Bulgaria nell'euro sarebbero una Grecia al quadrato"

Hans Werner Sinn intervistato da Deutschlandfunk risponde a Juncker e va dritto al punto: se i paesi dell'Europa dell'est avessero la possibilità di entrare nell'euro avrebbero accesso "alla macchina stampa banconote" e inizierebbero ad accumulare saldi target negativi nell'eurosistema. Da deutschlandfunk.de


DLF: Quando il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker afferma che l'euro è stato pensato per essere la moneta unica dell'Unione Europea nel suo complesso, cioè di tutti gli stati membri, ha completamente perso il contatto con la realtà oppure è semplicemente un'ottimista di professione, il visionario di cui l'UE ha urgentemente bisogno?

Sinn: prima di tutto, è la situazione giuridica che lo prevede. La vera domanda invece è con quale rapidità l'Eurogruppo dovrebbe essere ampliato. Ci sono criteri di convergenza, che evidentemente Juncker vuole interpretare in maniera non rigida, e ora con degli incentivi finanziari vorrebbe aprire la strada verso l'euro ai paesi dell'Europa orientale. Trovo tutto cio' estremamente problematico. Voglio dire, se guardiamo a quello che è accaduto negli ultimi 10 anni, sappiamo che l'euro è troppo grande, ci sono troppi paesi che non riescono a venirne a capo. Dobbiamo iniziare a parlare della possibilità di una uscita temporanea dall'euro, come aveva proposto il ministro Schäuble nel 2015, in modo da poter rendere nuovamente competitivi questi paesi, invece di lasciarli nell'euro ed essere costretti a creare una unione di trasferimento, in cui i paesi del nord finanziano quelli meridionali per sopperire alla loro mancanza di competitività...

DLF: nel prossimo futuro lei preferirebbe quindi una riduzione dell'area dell'euro piuttosto che un suo ampliamento.

Sinn: direi di sì. Sarebbe opportuno, perché i paesi del sud-Europa sono in gran parte in una situazione in cui prima del 2008 a causa dell'euro si è formata una bolla inflazionistica e in cui i prezzi e i salari sono ancora troppo alti in rapporto al livello che sarebbe appropriato per questi paesi. Dovrebbero scendere, ma non possono scendere - se non fossero nell'euro potrebbero svalutare. Ora si vuole portare dentro l‘euro anche la Romania e la Bulgaria. Io lo ritengo estremamente problematico. Sarebbe una Grecia al quadrato, perché bisogna ricordare che i rumeni e i bulgari hanno già molti debiti denominati in euro che ora vorrebbero mettere al sicuro, in quanto riuscirebbero a conquistare il diritto di stamparsi gli euro di cui hanno bisogno, perché questa è l'essenza dell'Eurozona: ci sono delle banche centrali nazionali. Chiunque, secondo le regole dell'UE, puo' stampare il denaro di cui ha bisogno e che non puo' piu' prendere a prestito. Hanno contratto dei debiti in euro e vorrebbero mettersi al sicuro ottenendo l'accesso alla macchina per stampare il denaro. Io lo trovo estremamente problematico, perché in questo modo si vengono a creare delle relazioni di credito di natura pubblica all'interno dell'euro, che in definitiva sono a carico dei paesi piu' forti, in particolare la Germania.

DLF: ieri a Tallin i ministri delle finanze hanno confermato i progressi fatti dalla Grecia sul tema delle riforme, anche sul tasso di disoccupazione e cosi' via, e ci dicono che l'euro è stato addirittura salvato. Questo almeno è quello che emerge dal loro messaggio. I ministri si sbagliano completamente?

Sinn: questa è solo propaganda. E' necessario tenere presente: nella zona euro abbiamo dei prezzi relativi completamente sbagliati. Il sud è troppo costoso e ora si sta cercando di compensare questa situazione facendo ulteriore debito pubblico. Puro Keynesianismo. Questi sono fuochi di paglia che si accendono facendo sempre piu' debiti. Il livello di indebitamento di quasi tutti i paesi della zona euro ha continuato a crescere, invece di scendere, anche dopo l'introduzione del Fiskalpakt, avvenuta nel 2012 e che Merkel con un certo orgoglio aveva negoziato ed approvato. All'epoca tutti avevano solennemente promesso che anno dopo anno si sarebbero impegnati a ridurre il loro livello di indebitamento di un ventesimo del divario che li separava dal 60%, e cosa è successo: il debito è salito in tutti i paesi, con l'eccezione di soli 3 paesi - Irlanda, Malta e Germania -, in tutti gli altri è cresciuto. Bisogna sapere che è sempre possibile stimolare l'economia con un fuoco di paglia. Il problema tuttavia non viene risolto. Restano intatti i problemi di struttura salariale e di livello dei prezzi che minano la competitività.

DLF: anche l'economia italiana è in grande difficoltà. Di solito si parla solo della Grecia. L'economia è tenuta in piedi da molte piccole e medie imprese, specialmente nel nord del paese. Anche le banche sono in crisi, la politica è debole. E' l'Italia il prossimo candidato a lasciare l'euro?

Sinn: si', chiaramente. Agli italiani lentamente sta passando la voglia di restare nell‘euro. In Italia c'è solo un partito che si schiera ancora incondizionatamente per l'euro - il PD. Mentre il partito di Berlusconi, Forza Italia, parla già di una valuta parallela, la Lega Nord vuole uscire, anche i Cinque Stelle e Fratelli d’Italia vogliono uscire. L'Italia ribolle, e l'anno prossimo in Italia si dovrà votare.

DLF: se cade l'Italia, cade l'euro?

Sinn: no, e non spero che l'Italia esca, ma dico solo che la situazione è tesa. La produzione industriale italiana, cioè la manifattura, è ancora del 22% inferiore rispetto al livello del 2007. Bisogna riflettere. E' sempre possibile rafforzare l'economia domestica creando un po' di debito, costruzioni, ristoranti e cosi' via, ma cio' che non puo' essere stimolato è il settore manifatturiero. Tornando a Juncker: quello che mi irrita veramente è che ora vuole estendere l'area Schengen a Romania e Bulgaria. Voglio dire, cosa abbiamo imparato dalla crisi dei migranti: abbiamo imparato che siamo stati troppo aperti e che non avevamo sufficientemente assicurato i confini. Siamo poi riusciti a riprendere il controllo della situazione quando in Macedonia sul confine è stata costruita una recinzione. Dietro questa decisione c'erano gli ungheresi e il ministro austriaco Kunz, che ora si presenta alle elezioni, e hanno raggiunto l'obiettivo. Anche l'Ungheria grazie alla recinzione che ora viene tanto criticata, quella sul confine serbo, ha contribuito a fermare i flussi di profughi. E ora l'Ungheria vorrebbe costruire una recinzione verso la Romania. Per molti si tratta naturalmente di un pugno nell'occhio. Ovviamente non è bello avere delle recinzioni.

DLF: AfD resta la sola forza politica che in Germania, a differenza di Juncker, non vede nel futuro d'Europa una moneta unica?

Sinn: grazie a Dio, no. Non ho alcun dubbio su questo, ma in tutti i partiti ci sono voci critiche e direi io, anche ragionevoli, che capiscono che non puo' andare avanti in questo modo. Non possiamo continuare su di una strada che si è rivelata essere quella sbagliata, una strada segnata dall'accesso generale alla macchina stampa soldi, fatta di denaro a costo zero e con le frontiere troppo aperte, che ci dicono non potrebbero essere piu' tutelate, abbiamo bisogno di una correzione di rotta, perché il percorso che abbiamo intrapreso non ci porta all'Europa. Ci conduce da qualche parte nel caos, ma in ogni caso non verso una pacifica convivenza fra i popoli europei.

DLF: ma perchè la crisi dell'euro e del debito, ancora irrisolte, nella campagna elettorale tedesca non hanno alcun ruolo?

Sinn: c'è in gioco una grande riforma dell'eurozona, per la quale i francesi stanno facendo una grande pressione. Juncker lo ha ripetuto ancora una volta, e in Germania si parla di tutti gli argomenti possibili, ma non del tema principale. Non riesco a capire. I partiti dovrebbero esprimersi in campagna elettorale e dirci come pensano che dovrebbe essere la nuova Europa, come intendono uscire da questa grande confusione, e dirci come si posizionano per le elezioni. Invece si aprono scontri su temi totalmente irrilevanti e si tralascia il punto principale. Che genere di campagna elettorale è mai questa?

DLF: e quelli di AfD sono gli unici che su questo tema presentano delle risposte?

Sinn: quello lo dice lei. E non è vero. Anche negli altri partiti ci sono voci diverse. Solo che non riescono ad arrivare in superficie, e gli uffici stampa spingono le loro prese di posizione verso il basso. Non riesco proprio a capirlo. In tutti i partiti ci sono persone ragionevoli.

DLF: cosi' ha parlato l'economista Hans-Werner Sinn

domenica 17 settembre 2017

Quello che sappiamo sulla riforma dell'eurozona, secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung

Questa settimana sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung è uscito un articolo che prova a fare il punto sulla riforma dell'eurozona di cui Francia e Germania, lontano dai riflettori e dalla campagna elettorale tedesca, continuano a discutere: quello che sappiamo fino ad ora. Dalla FAZ.net


[...] Soprattutto per Macron la riforma dell'unione monetaria ha un ruolo centrale - anche se per rispetto nei confronti della campagna elettorale tedesca non ha ancora spiegato bene le sue idee. A Parigi e a Bruxelles la speranza è che venga eletto un nuovo governo federale che non faccia troppa resistenza nei confronti di un approfondimento istituzionale dell'eurozona. Per questo Macron ha scelto, almeno per ora, di non fare richieste concrete. Anche la Commissione Europea si augura un proseguimento della Grande Coalizione. Questa sarebbe sicuramente piu' disponibile a concedere nuovi poteri all'eurozona, rispetto ad un governo federale con la partecipazione della FDP.

La Cancelliera si tiene coperta

Come spesso accade la Cancelliera si tiene coperta. Da un lato, già piu' volte ha espresso una certa simpatia nei confronti di un "eurobilancio" e di un Ministro delle Finanze dell'eurozona. Nell'intervista con la Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung di domenica scorsa ha detto che gli stati della zona euro devono "inserire nei trattati cio' che all'interno dell'eurozona già oggi viene praticato. Finora abbiamo agito in buona parte attraverso accordi tra gli stati perché fino ad ora gli stati membri non hanno avuto né il tempo né la forza di modificare i trattati europei".

Cio' che in un primo momento puo' sembrare una arringa a favore dell'approfondimento dell'unione monetaria attraverso la modifica dei trattati, in realtà potrebbe significare anche il contrario. Tutto cio' che richiede una modifica dei trattati, difficilmente puo' essere reso esecutivo. Anche se la Germania e la Francia dovessero mettersi d'accordo su un approccio comune, una modifica dei trattati sarebbe possibile solo con il consenso di tutti gli stati membri dell'UE. Ci vuole un bel po' di immaginazione per ipotizzare che Polonia e Ungheria possano approvare una simile modifica.

Nonostante cio' dietro le quinte si continua a lavorare su diversi modelli di riforma. L'Ue ha già presentato le sue idee in primavera e Juncker le chiarirà ulteriormente mercoledi. C'è già un gruppo di lavoro franco-tedesco che fra qualche mese dovrebbe presentare delle proposte. La piu' probabile è la trasformazione del fondo ESM in una sorta di Fondo Moneterio Europeo (FME). La Germania e la Francia su questo punto sono sostanzialmente d'accordo - anche nel lasciare l'ESM un organo intergovernativo, cioè una istituzione gestita dagli stati membri.

In questo caso dovrebbe essere modificato all'unanimità "solo" il trattato ESM, adottato solo dagli stati dell'eurozona. Con l'istituzione di un FME in pratica non si avrebbe un grande cambiamento rispetto allo status quo. All'inizio della crisi, nel 2010, il FMI è stato fortemente coinvolte nei prestiti ai paesi euro, dal 2013 tuttavia non ha piu' erogato crediti e nel medio periodo vorrebbe ritirarsi completamente dall'unione monetaria. Anche la BCE non si trova piu' a proprio agio come membro della ex-troika. Percio' è ipotizzabile che il compito di esaminare le riforme nei "paesi oggetto di un programma", originariamente assegnato a FMI, BCE e Commissione venga completamente trasferito al Fondo ESM - cioè ad una istituzione che in nome dell'area euro ha il compito di accordare i crediti.

Piu' trasferimenti nell'eurozona?

In questo caso i prestiti dell'ESM, secondo l'esempio del FMI, sarebbero legati a condizioni piu' rigide: solo un paese minacciato dall'insolvenza potrebbe aspettarsi aiuti finanziari e per ottenere i prestiti dovrebbe promettere riforme di grande portata. Poiché i fondi ESM sono al momento in gran parte inutilizzati, c'è naturalmente un grande interesse. Perché non trasformarlo in un bilancio pubblico dell'eurozona con il quale si potrebbe finanziare un po' di tutto? Al momento un tale cambio di uso del fondo non verrebbe condiviso da alcuni paesi membri. Pertanto i compiti di un bilancio pubblico europeo dovrebbero essere limitati. I paesi membri non hanno intenzione di mettere a disposizione ulteriore denaro. Merkel ha recentemente ricordato che lei, già durante la fase piu' difficile dell'eurocrisi, aveva proposto una "capacità fiscale". Allora si trattata tuttavia di un importo in miliardi di euro ad una sola cifra.

Mentre una parte della Commissione Europea e alcuni paesi del sud ipotizzano che il bilancio dell'eurozona possa essere una leva per ulteriori trasferimenti verso il sud-Europa, Berlino vorrebbe limitare l'uso di questo strumento ad un determinato obiettivo: le risorse sarebbero messe a disposizione solo come un incentivo per fare le riforme strutturali e dovrebbero servire ad accrescere la produttività. Come compromesso potrebbe essere pensabile un fondo per "le fasi difficili" già proposto dalla Commissione, il quale avrebbe il compito di attenuare gli schock macroeconomici nei singoli paesi. La pericolosità politica di un tale fondo dipenderà dal suo volume e dalle condizioni con le quali potrà essere utilizzato.

I compiti di un Ministro delle Finanze comune

La discussione sul Ministro delle Finanze per l'eurozona resta al momento ancora molto confusa. Questo Euroministro dovrebbe controllare prima di tutto la disciplina di bilancio degli stati membri? Oppure dovrebbe gestire e spendere quanto piu' denaro europeo possibile? La domanda collegata è anche in quale luogo dovrebbero trovarsi un tale Ministro e il nuovo Tesoro Europeo? L'Eurogruppo, l'organo informale dei Ministri delle Finanze europei dovrebbe essere promosso nella misura in cui in futuro potrebbe avere un capo a tempo pieno? Oppure il Ministro delle Finanze europeo dovrebbe essere parte della Commissione Europea? Il Commissario agli Affari Monetari dell'UE dovrebbe essere il capo dell'Eurogruppo, come vorrebbe l'attuale Commissario Moscovici? Poiché le idee sul tema sono cosi' diverse, è probabile che in un primo momento non accada nulla.

I cambiamenti rapidi sono alquanto improbabili. Non importa quale sarà il risultato delle elezioni tedesche, i negoziati per la formazione di una coalizione potrebbero durare a lungo. Anche in Austria si voterà ad ottobre, con una formazione del governo ancora piu' difficile. In Olanda va avanti già da 6 mesi. Quando a l'Aja ci sarà un nuovo governo, l'attuale Ministro delle Finanze Jeroen Dijsselbloem lascerà l'ufficio e cesserà di essere il capo dell'Eurogruppo - fatto che porterà anche in questo caso ad un piccolo vuoto di potere. Juncker vede nella prima metà del 2018 una finestra temporale per le riforme europee. Che l'eurozona in questo periodo di tempo possa essere cambiata radicalmente è molto improbabile - nonostante tutte le visioni e i piani programmatici.

sabato 16 settembre 2017

Perché non fate votare anche i greci alle elezioni tedesche del 24 settembre?

Thomas Fricke su der Spiegel con un commento dal tono ironico pone una domanda molto interessante: perché i Greci, che in tutti questi anni hanno dovuto subire le conseguenze dei diktat di risparmio di Schäuble, non possono votare alle elezioni tedesche di domenica prossima? Da Der Spiegel


I giorni che ci separano dalle elezioni sono contati e cresce il rischio che dopo una campagna elettorale noiosa, la prossima settimana molti elettori semplicemente dimentichino di andare a votare.

Cosa accadrebbe se invitassimo i greci a votare con noi? Sarebbe una settimana bella calda. Soprattutto perché i greci dopo le esperienze degli ultimi anni sarebbero perfetti per far uscire qui da noi gli istinti piu' profondi.

Beh, l'ipotesi è abbastanza inconvenzionale. Il lettore puntiglioso si chiederà se comunque è il caso. Chiaro, bisognerebbe approfondire l'argomento. L'idea di per sé, pero', è affascinante, e se ci pensate un po'  sarete sicuramente d'accordo.

Primo, sarebbe corretto far votare i greci insieme a noi. Alla fine è stato il nostro Ministro delle Finanze che insieme ad altri politici tedeschi 2 anni fa ha deciso che i greci per poter ottenere nuovo denaro dovevano continuare con la loro austerità fatta di ulteriori tagli alla spesa e aumenti delle tasse. Di fatto i greci con il referendum del luglio 2015 hanno democraticamente bocciato questa politica - il nostro Ministro delle Finanze e i suoi colleghi hanno invece voluto proseguire. E' la legge di Schäuble. Una sorta di joint-venture democratica in cui pero' i tedeschi hanno l'ultima parola.

Secondo: i greci - anche se involontariamente - hanno contribuito all'aumento di popolarità delle truppe di Merkel e al fatto che ora possano essere rielette senza troppi problemi. Almeno per quanto riguarda il grande bilancio pubblico del nostro super-ministro.

Come Schäuble ha risparmiato 100 miliardi

Secondo una diagnosi che ormai nessuno ha piu' il coraggio di mettere in dubbio, la crisi greca ha fatto si' che sempre piu' denaro sia stato investito in titoli di stato tedeschi. Fatto che a sua volta ha spinto verso il basso gli interessi su queste obbligazioni, in alcuni casi addirittura in territorio negativo, e ha permesso al Ministro delle Finanze tedesco di non dover pagare interessi sul suo debito.

Secondo i calcoli dell'IWH-Institut, Wolfgang Schäuble avrebbe cosi' risparmiato 100 miliardi di euro di interessi. La Bundesbank nel calcolare i risparmi per lo stato tedesco dovuti alla crisi finanziaria nel suo complesso, arriva ad importi anche maggiori. Il nostro tesoriere, inoltre, ha incassato anche gli interessi pagati sui prestiti fatti ai greci. Non è uno scherzo.

Basta capire anche solo un po' di aritmetica per arrivare alla conclusione: senza i greci Schäuble non avrebbe mai raggiunto il pareggio di bilancio. Chissà se sarebbe stato altrimenti cosi' popolare e se la Cancelliera potrebbe essere rieletta ancora una volta Cancelliera. Io credo che i greci abbiano un po' anche il diritto di votare insieme a noi - oppure?

La terza ragione è ancora piu' importante. Certo, abbiamo dato dei soldi ai greci. Da cio' potremmo trarre la terribile conclusione che anche noi abbiamo il diritto di decidere quello che i greci devono fare con il denaro. Dal punto di vista della democrazia teorica si potrebbe anche argomentare in senso opposto: coloro che hanno dovuto subire gli effetti di una determinata politica, prima o poi devono avere anche il diritto di farsi sentire presso coloro che hanno preso quella decisione, per far sapere se ritengono la decisione giusta o sbagliata e se pensano che sia giusto andare avanti in questo modo. I responsabili politici devono essere chiamati a renderne conto, come accade nelle democrazie mature. Per questo ci sono le elezioni.

Taglio delle spese e aumento delle tasse

E ci sono anche alcuni motivi economici fondati per dubitare che i tagli spietati e l'aumento delle imposte abbiano davvero avuto senso - oppure se sono serviti solo a peggiorare le cose. Il prodotto interno lordo doveva veramente ridursi della metà del valore nominale - fatto dovuto in gran parte ai molteplici tagli? Chi percepisce solo la metà della pensione o la metà dello stipendio, ovviamente puo' anche spendere solo la metà.

L'ultimo sviluppo suggerisce che le cose possono andare anche diversamente: da un paio di mesi stanno aumentando le buone notizie. L'economia greca è tornata a crescere, la dinamica nell'industria secondo le statistiche (anche se ad un livello fortemente indebolito) è vicina ai livelli di otto anni fa.

E questo non sta accadendo perché improvvisamente la Grecia ha deciso di adempiere a tutte le condizioni dettate - recentemente è stato detto che solo un terzo delle prescrizioni è stato rispettato. Oppure perché ora non sarebbe piu' uno stato fallito, come spesso nel nostro paese si ama diagnosticare. Invece accade proprio perché i consumi e gli investimenti stanno crescendo di nuovo e nel bilancio pubblico greco non vengono piu' effettuati tagli strutturali.

Far soffrire gli altri elettori

Una economia prima o poi ha bisogno anche di aria. La questione è se non avesse potuto riceverla anche molto prima, e cioè se un Ministro delle Finanze tedesco non si fosse aggrappato in maniera maniacale al mantra secondo cui il dinamismo economico puo' essere raggiunto solo attraverso delle rinunce.

Seriamente: c'è qualcosa di assurdo se il nostro Ministro delle Finanze, senza esserselo meritato, alla fine di questo periodo legislativo si fa ammirare per la sua dura battaglia contro il debito. Puo' permettersi un bilancio cosi' roseo solo perché gli altri sono in crisi. E l'immagine del duro risparmiatore ce l'ha soprattutto perché invece dei suoi elettori, ha fatto soffrire quelli degli altri paesi. Ad esempio, proprio i greci,

E' il momento giusto per un'alta partecipazione al voto. Anche se, date le circostanze, resta solo un gioco intellettuale. 

giovedì 14 settembre 2017

I paesi dell'Europa dell'est hanno una valida ragione per non ripetere l'euro-errore: il declino italiano

Juncker durante il discorso sullo stato dell'unione di mercoledi ha parlato dell'euro come destino comune per tutti i paesi UE. Holger Zschäpitz su Die Welt replica a Juncker scrivendo che i paesi dell'est avrebbero una valida ragione per non entrare nella moneta unica: l'esempio fornito dal declino dell'economia italiana iniziato con l'ingresso nell'euro. Holger Zschäpitz su Die Welt


Jean-Claude Juncker ha dei grandi progetti. "L'euro è destinato ad essere la moneta unica di tutta l'UE", ha detto il Presidente della Commissione europea nel suo discorso sullo stato dell'Unione Europea. E proprio alla moneta unica ha assegnato un ruolo centrale nell'ambito della riforma dell'Europa. Questa dovrebbe diventare qualcosa di piu' della valuta di un certo numero di paesi scelti. L'euro, secondo il messaggio di Junker, dovrebbe essere messo a disposizione di tutti.

Non ha del tutto torto. I trattati europei prevedono infatti che i paesi membri - con l'eccezione della Danimarca e della Svezia - diventino membri dell'euro-club dopo aver soddisfatto determinati criteri di convergenza. Il problema è solo uno: l'euro ha chiaramente mostrato che alcuni paesi non sono in grado di sopravvivere sotto il tetto di una moneta unica.

Gli anni passati non solo hanno disilluso i cittadini dei paesi membri, ma anche quelli dei paesi che aspiravano ad un'adesione. Cio' è emerso chiaramente anche durante la campagna elettorale tedesca. Tutti i partiti in grado di formare una coalizione si riconoscono sicuramente nell'Europa e si impegnano a trasferire ulteriori competenze all'UE. L'idea di Juncker di un euro per l'intero continente tuttavia non è in nessun programma elettorale.

Gli stati membri si sono sviluppati in direzione opposta

Per una buona ragione. Sicuramente l'euro dalla sua introduzione nel 1999 ha garantito molti vantaggi ai cittadini. Senza dubbio le transazioni transfrontaliere o i viaggi negli altri paesi dell'eurozona sono diventati piu' facili e quindi anche piu' economici. Tuttavia se l'obiettivo era quello di portare avanti l'integrazione dell'Europa attraverso l'euro, possiamo considerarlo un obiettivo fallito. Già dopo l'introduzione dell'euro le differenze fra i paesi membri hanno iniziato a crescere. E a partire dalla crisi finanziaria del 2008 i paesi membri si sono sviluppati in direzioni molto diverse.


Cio' è chiaramente visibile se si confronta il reddito pro-capite di Italia, Spagna e Germania. Prima del 1999 lo sviluppo era in parte sincronizzato. Dopo il cambio di valuta dalla Peseta all'euro la Spagna ha vissuto un boom mai conosciuto prima, mentre la Germania dopo aver abbandonato il Marco ha avuto una lunga fase di stagnazione. L'Italia a sua volta nei primi anni senza Lira ha continuato a crescere ma con discrezione. Il risveglio terribile è arrivato piu' tardi.

Senza dubbio tutti i paesi della zona euro durante la crisi finanziaria hanno subito una perdita in termini di ricchezza. Ma mentre la Germania ha rapidamente lasciato dietro di sé la crisi e ora sta vivendo una delle fasi di boom piu' lunghe della sua storia recente, l'Italia dopo diverse recessioni, sta lottando duramente per cercare di rialzarsi. La Spagna dopo una drammatica crisi causata dallo scoppio della bolla immobiliare è tornata a crescere.

L'euro come peccato

"Una moneta unica comporta inevitabilmente che le diverse economie si allontanino fra di loro: quelle piu' forti diventano sempre piu' forti, quelle piu' deboli sempre piu' deboli", dice Charles Gave, stratega presso il centro di analisi Gavekal Research. E' la classica concezione anglosassone, secondo la quale l'euro è una specie di peccato.

Secondo questa teoria, i paesi che non possono indebitarsi nella loro moneta, oppure che sono intrappolati in una valuta che non possono influenzare, sono di fatto ostacolati nel loro sviluppo e nella crescita della prosperità. Una moneta unica pertanto è adatta solamente a quei paesi che hanno cicli economici sincroni oppure che sono in condizione di adattarsi in maniera estremamente flessibile agli shock.


Addirittura la Finlandia è dovuta passare attraverso questa esperienza. Dall'inizio del nuovo millennio è stata infatti colpita da almeno 3 grandi shock: il declino del produttore di telefoni cellulari Nokia, la crisi dell'industria cartaria, un tempo fondamentale, e le sanzioni contro un importante partner commerciale quale la Russia. Sono stati tutti eventi esterni che non hanno inciso sugli altri membri della moneta unica. Poiché il paese non ha potuto svalutare la propria moneta, l'economia finlandese ha vissuto una lunga fase di stagnazione ed è finita dietro alla Svezia, che ha ancora la propria valuta. Ancora negli anni '90 la Finlandia, grazie ad una radicale svalutazione del Marco finlandese, era riuscita a superare in un periodo relativamente breve il collasso della Russia ed una importante crisi bancaria.

La Rep. Ceca non è piu' interessata all'euro

Molti paesi dell'europa dell'est, considerando queste esperienze, non hanno nessuna intenzione di abbandonare la propria flessibilità di cambio. In particolare la Polonia e l'Ungheria, grazie ad un forte deprezzamento dello Zloty e del Fiorino, sono riuscite ad assorbire gli effetti della crisi finanziaria. Secondo i trattati, infatti, già da tempo entrambi i paesi avrebbero dovuto essere parte della moneta unica, visto che per quanto riguarda i tassi, l'inflazione e l'indebitamento hanno già raggiunto da tempo i criteri di convergenza.


La situazione è ancora piu' marcata nella Repubblica Ceca. Il paese è l'allievo modello tra gli aspiranti all'adesione. L'agenzia di Rating Fitch prevede che i cechi quest'anno avranno addirittura un avanzo di bilancio. E anche per quanto riguarda l'indebitamento pubblico, il vicino dei tedeschi, con un 35% in rapporto al PIL, è chiaramente al di sotto del limite del 60%.

Come primo stadio per l'adesione alla moneta unica Praga da molti anni aveva agganciato la corona all'euro. Ma in primavera i cechi hanno fatto un passo indietro sulla strada verso la moneta unica ed hanno rinunciato all'aggancio monetario. Gli esperti lo hanno interpretato come un chiaro segnale del fatto che il paese non è piu' interessato ad una rapida adesione all'euroclub. Sebbene lo sviluppo della vicina Slovacchia abbia chiarito che l'adesione - il paese è un membro dal 2009 - non è necessariamente dannosa. Il paese, un tempo la zona piu' povera della ex Cecoslovacchia, dall'adesione ha avuto uno sviluppo economico migliore della Repubblica ceca.

Juncker ha una soluzione pronta

I paesi membri UE Bulgaria, Romania e Croazia al contrario sono ancora ben lontani dai criteri di convergenza. Mentre la Romania con il deficit è alquanto indietro e la Croazia con una quota di debito dell'82% sul PIL sta lottando, dal punto di vista economico il vero fanalino di coda dell'UE è la Bulgaria. Per quanto riguarda il reddito pro-capite, che tuttavia non è un criterio formale per l'adesione all'euro, il paese resta al di sotto del 50% della media europea.

Ma anche per questo problema Juncker sembra avere una soluzione pronta. Chiede la creazione di uno strumento per l'ingresso nell'euro che preveda l'assistenza tecnica e finanziaria ai futuri membri dell'euro. Sarebbe ancora una volta la tipica soluzione europea: voler guarire tutti i problemi con la maggior quantità di denaro possibile e con dei programmi di salvataggio.

mercoledì 13 settembre 2017

Perché la guerra fra poveri nella Germania del 2017 funziona ancora molto bene

Articolo molto interessante di Susan Bonath che su RT Deutsch ci spiega perchè anche in Germania la questione dei migranti resta un tema centrale. Da un lato i cittadini arrabbiati e preoccupati, dall'altra un esercito di profughi e migranti che entra in concorrenza con la popolazione autoctona. Da RT Deutsch.

Quando i politici della Linke o dei Verdi usano il loro slogan "Refugees welcome” per bollare come "mostri" oppure come "gentaglia" chi sul tema dei rifugiati la persa diversamente da loro, di solito lo fanno da un punto di vista privilegiato. Si potrebbe dire che hanno completamente perso di vista la realtà della vita. 

Al mondo reale appartengono le madri single che lottano per portare a casa 900 euro netti al mese con un lavoro part-time. Uomini e donne che con 3 o 4 minijobs sono costretti ad integrare il loro salario con Hartz IV. O un lavoratore specializzato malpagato che deve insegnare un mestiere a un tirocinante dell'Eritrea, e non a torto, teme che presto o tardi il suo apprendista possa rubargli il posto di lavoro per una paga ancora piu' misera.

Nessuno vuol finire nella parte piu' bassa della società, dove i polacchi, i bulgari e i tedeschi competono per un posto all'ostello dei senza tetto. Dove alle mense di carità per i poveri la coda si fa sempre piu' lunga. Dove i percettori di un sussidio Hartz IV sanzionati dai Jobcenter finiscono in mezzo alla strada perché non possono piu' pagarsi un affitto. E dove alla fine le amministrazioni comunali invece di aiutarli decidono di spendere i soldi pubblici per alloggiare i profughi in un costoso hotel.

Paura di perdere il proprio status

La competizione per la sopravvivenza e la paura di perdere anche il piu' piccolo dei privilegi spingono le persone verso destra. La richiesta di avere confini sempre piu' chiusi, di creare lager di internamento per i migranti, di ridurre gli aiuti finanziari per i rifugiati o di aumentare i programmi di respingimento funzionano molto bene sia nel ceto medio che nei ceti piu' bassi.

C’è qualcosa che invece sembra essere scomparso dalla percezione della maggioranza: mentre "l'invito di Merkel" e la sua "politica dei confini aperti" restano il bersaglio di ogni critica, la coalizione CDU/CSU-SPD ha già messo in pratica alcuni dei punti programmatici di AfD, NPD & co. Le carceri per i migranti respinti sono già presenti in tutta la Germania, i centri di detenzione preventiva per i richiedenti asilo sospettati in Baviera sono già una realtà e presto saranno estesi a livello nazionale. Il “Refugees welcome - wir schaffen das“ di Merkel già da tempo si è trasformato in una frase vuota che nasconde dietro di sé una realpolitik opposta.

"Gli danno tutto"

La voce secondo cui i profughi riceverebbero piu' denaro dei destinatari di Hartz IV autoctoni è ancora molto diffusa. In realtà i mezzi di sussistenza per i richiedenti asilo, a seconda dell'età, sono fra i 23 e i 55 euro piu' bassi. Per quanto riguarda le cure mediche hanno accesso solo alle prestazioni d'emergenza. Per ogni visita dal medico hanno bisogno di un certificato rilasciato dall'ufficio per gli stranieri.

Se non rispettano le regole oppure non partecipano in maniera adeguata, i rifugiati possono essere sanzionati come accade con i destinatari di Hartz IV. In realtà quelli che stanno facendo soldi con i migranti sono altri: locatori di immobili, gestori di ostelli per migranti, aziende private, organizzatori di misure di integrazione.

Gli ostelli per i rifugiati non sono hotel a tre stelle. Spesso persone di diversa lingua e religione vengono messe insieme in piccole stanze. I gestori degli ostelli incassano i rimborsi un tanto a migrante - e fanno guadagni impensabili.

Affari con le persone in stato di necessità

Come riportato dalla Potsdamer Neuesten Nachrichten la scorsa settimana l’amministrazione della città ha accordato ai gestori degli ostelli 295 € a persona al mese - per un letto, un armadio e l'uso di una cucina e un bagno comune. Per una stanza di 20 metri quadrati con 3 letti in totale si arriva a quasi 900 euro al mese. Per fare un confronto: ad una famiglia di 3 persone la città di Potsdam concede fino a 712 euro di affitto, spese comprese, per 80 metri quadrati.

Anche i programmi per l’inserimento lavorativo dei profughi stanno creando forme di competizione. Lo stabilimento Hermes a Haldensleben (Sachsen-Anhalt), una società appartenente al gruppo del multimilionario Michael Otto, impiega i richiedenti asilo come tirocinanti da inserire poi in azienda con un contratto a tempo determinato. Per fare cio' l'azienda percepisce il contributo per l'integrazione del Land Sachsen-Anhalt.

Cio' che volentieri non viene raccontato: da Hermes ci sono centinaia di lavoratori interinali che preparano pacchetti per la spedizione impiegati al minimo salariale. In produzione gli unici dipendenti fissi sono donne con un contratto part-time da 100 ore al mese. "Con 10 euro lordi di salario orario e i premi per il lavoro a turni si puo' arrivare a circa un migliaio di euro netti al mese", dice la dipendente Katrin P. Lei in realtà non ha paura per il suo lavoro visto che è li' da oltre 15 anni. Per i lavoratori interinali e gli occupati a tempo determinato la situazione però è molto diversa.

Ottimismo a tutti i costi contro l’allarmismo

Che il mondo del lavoro salariato sia sempre meno sicuro, piu' precario e piu' flessibile non è certo un segreto. Le previsioni da campagna elettorale della CDU sul presunto raggiungimento del pieno impiego nei prossimi anni non cambiano lo stato delle cose. Anche i piani per la riduzione delle tasse per i piu’ abbienti lanciati da AfD e FDP sono il progetto di un lupo ricoperto con il pelo di pecora: può funzionare solo a spese dello stato sociale. 

Il gruppo degli estremisti umanitari che vorrebbe ridurre i crescenti divari sociali attraverso "una maggiore compassione" risulta alquanto ingenuo. Si tratta di un atteggiamento cinico nei confronti degli autoctoni, che in parte a ragione - soprattutto grazie ad Hartz IV - devono temere per la sussistenza che fra mille difficoltà sono riusciti a conquistarsi. Chiunque sostenga che il mondo dell’economia non guarda ai profughi come a una futura riserva di manodopera a basso costo è proprio un ingenuo.

Ma anche chi crede che il governo federale garantirebbe ai lavoratori tedeschi maggiori diritti e un salario piu' elevato se non ci fossero i rifugiati si trova probabilmente sul terreno scivoloso della fantasia. E' stata l'Agenda 2010 che con una dura rappresaglia nei confronti di coloro "che non volevano lavorare" dal 2005 ha spinto 8 milioni di occupati in un settore a basso salario in continua crescita.

Il gioco con la paura non colpisce solo il mondo del lavoro. Anche la sicurezza è in pericolo. Ora non è esattamente chiaro se la BKA (Bundeskriminalitatamt) sta distribuendo pillole sedative quando ci informa che ormai da molti anni la criminalità non sta aumentando. Quello che sappiamo: lo scorso anno in Germania ogni giorno ci sono stati dieci attacchi violenti contro i rifugiati. Dall'altro lato: i media parlano molto piu’ frequentemente dei crimini sessuali commessi dai rifugiati.

La maggior parte delle donne tuttavia deve sapere che cio’ non significa che gli uomini tedeschi non fanno cose simili. Abusi nella propria famiglia, vacanze sessuali in Thailanda o altrove, oppure pedopornografia, non sono solo un privilegio dei rifugiati. La violenza sessuale è da sempre un problema delle società in cui ci sono un ceto alto e uno ceto basso. E' troppo facile cercare di dare la colpa agli altri. 

Le guerre economiche producono rifugiati economici

Quando si tratta dei respingimenti di profughi, tutti i partiti, dalla destra fino all'Unione ma anche una parte della SPD, fanno volentieri distinzione fra i profughi politici e i migranti economici. Lo fanno come se l'economia non avesse nulla a che fare con la politica, come se la miseria e la fame fossero piu' piacevoli della paura di un bombardamento. Le persone fuggono quando non hanno piu’ alcuna prospettiva di vivere oppure sopravvivere. Funziona cosi' da diversi secoli.

Ormai da molti anni gli stati non conducono solo delle guerre militari. Gli accordi di libero scambio, l'export di capitali, l'appropriazione di risorse pubbliche da parte di aziende private sottopongono milioni di persone alla dura disciplina dei mercati. Si tratta degli interessi privati dei grandi gruppi che in tutto il mondo si intrecciano fra di loro.

L'attuale fusione fra Bayer e Monsanto, fra Linde e Praxair (Germania-Usa) oppure fra Thyssenkrupp e Tata (Germania-India) ci mostrano la direzione. I grandi gruppi industriali dirigono i prezzi e i mercati. Comprano, si espandono e continuano a crescere. Non si fermano ai confini nazionali. Laddove l’energia, il cibo e gli ospedali vengono privatizzati e dove gli eserciti vengono riarmati, finisce lo stato sociale. E laddove c'è bisogno di sempre meno lavoro umano, cresce il numero delle persone bisognose. Chi su questi temi cerca delle soluzioni nazionali è arrivato troppo tardi.