martedì 22 maggio 2018

Hans-Werner Sinn: l'Italia non ha fatto nulla per rilanciare la propria competitività

Dopo aver ascoltato e letto le nuove idee sull'euro in arrivo dall'Italia, la stampa tedesca lancia la Strafexpedition. La FAZ schiera subito un pezzo da novanta come Hans Werne Sinn il quale non ha dubbi: il boom dei partiti eurocritici è dovuto al fatto che in Italia si è fatta poca austerità e poca moderazione salariale. Dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung


La spettacolare ascesa dei partiti radicali in Italia, e il loro tentativo di mettersi in mostra promettendo incredibili benefici economici, sarebbe una conseguenza degli errori commessi durante gli euro-salvataggi. E' questa la tesi sostenuta dall'economista Hans-Werner Sinn, l'ex presidente dell'istituto Ifo di Monaco, nella sua ultima analisi sullo sviluppo del sud-europa dall'inizio dell'eurocrisi che verrà pubblicata a breve dal Ces-Ifo come documento di lavoro dal titolo"The ECB’s Fiscal Policy“.

I risultati di questo studio, pubblicati in anticipo dalla FAZ, sono spiazzanti: la relazione fra la forte crescita dei partiti estremisti nell'Europa meridionale e le difficoltà economiche dovute alla crisi dell'euro è piu' un'illusione che una verità. La colpa di quanto accaduto, secondo Sinn, sarebbe invece degli stati europei e della Banca Centrale Europea (BCE) i quali si sarebbero addentrati sempre piu' in una "spirale interventista" fino ad arrivare al QE e all'acquisto dei titoli di stato da parte della banca centrale, uscendo quindi dal campo della politica monetaria per entrare in quello della politica fiscale. 

Solo la Grecia, la Spagna e la Francia hanno fatto progressi

La ripresa che a partire dall'eurocrisi puo' essere osservata nell'Europa meridionale, Sinn la definisce un "Flash Keynesiano";  un fuoco di paglia creato dai salvataggi, dalle misure di sostegno, dall'abbassamento artificiale dei tassi di interesse e dai diversi programmi di acquisto titoli della BCE. Questo stimolo economico avrebbe portato ad una certa ripresa nell'Europa del sud, soprattutto nel settore dei beni non commerciabili e dei servizi locali. Cio' tuttavia avrebbe impedito l'aggiustamento verso il basso dell'eccessivo livello salariale e in parte avrebbe garantito anche degli aumenti salariali. Al contrario, in questi paesi il settore internazionale dei beni commerciabili e l'industria non ne avrebbero affatto beneficiato. Non è vero che in questi paesi ci sarebbero al momento delle difficoltà, nonostante la falsa ripresa - le difficoltà persistono, in parte, proprio per questa ragione.

"I problemi di competitività restano", scrive Sinn. Lo mostra un confronto tra i tassi di cambio reale, cioè il prezzo dei beni auto-prodotti in questi paesi in rapporto al resto dell'eurozona. "Italia e Portogallo in 10 anni non hanno fatto nulla di concreto per migliorare la loro competitività", dice Sinn. Solo la Grecia e la Spagna - "e in parte anche la Francia" - avrebbero fatto qualche passo in avanti. "Per la Grecia e la Spagna tuttavia lo sforzo per l'adeguamento è particolarmente grande e il percorso particolarmente lungo", afferma Sinn. Entrambi i paesi, sotto l'influenza dei programmi di aiuto, avrebbero cessato ogni sforzo per diventare piu' competitivi.

L'Irlanda è un caso eccezionale

Se si confronta il prodotto interno lordo reale di oggi e quello di prima della crisi, l'Italia con un meno 5% è al penultimo posto in Europa prima della Grecia. La Germania è cresciuta del 13%, la Francia è a un piu' 8%, la Spagna al 4% e il Portogallo intorno allo zero %.

Considerando solo la produzione dell'industria e del settore manifatturiero („Manufacturing output“) nei rispettivi paesi rispetto a prima della crisi dell'euro, il dato per l'Italia sarebbe ancora peggiore con un meno 17%. La Germania in questo confronto avrebbe un piu' 9%, la Francia segna un meno 9%, Grecia e Spagna addirittura un meno 20% ciascuna. "Queste cifre gettano una luce sui problemi economici che hanno portato al violento e drammatico aumento dei partiti estremisti in questi paesi negli ultimi anni", afferma Sinn.

Un caso notevole è l'Irlanda, sottolinea l'economista. L'Irlanda è stato il paese con la maggiore svalutazione reale e allo stesso tempo è riuscita a ripristinare la propria competitività. "Non è successo grazie agli aiuti, ma perché il paese è entrato in crisi già alla fine del 2006, non ha ricevuto nessun aiuto ed è stato costretto a tirare la cinghia - con una riduzione dei prezzi e dei salari", dice Sinn. Quando nel 2011 sono arrivati i salvataggi,  l'auto-aiuto irlandese è cessato immediatamente: "fortunatamente il lavoro era già stato fatto".

Le reazioni all'appello degli economisti

L'accorato appello dei 154 economisti trova divesi sostenitori nella politica e qualche scettico sia nella SPD che fra gli economisti. Ne parla la FAZ.net


L'appello dei 154 professori di economia contro la messa in comune delle responsabilità all'interno dell'area euro divide la coalizione di governo. Dall'Unione arriva approvazione, qualche critica invece dalla SPD. "Vogliamo piu' Europa, ma non al prezzo di dover annacquare e spostare le responsabilità", ha detto il portavoce sui temi di bilancio del gruppo parlamentare dell'Unione, Eckhardt Rehberg, alla FAZ. L'assunzione di rischi da parte di uno stato deve essere collegato alle responsabilità di quello stato membro. A questo proposito le valutazioni sulle promesse elettorali italiane di oltre 100 miliardi di euro, considerando il rapporto debito/PIL oltre il 130%, sarebbero contrarie alla razionalità economica. "L'Italia sta giocando pesante", ha detto il politico della CDU. "Evidentemente in alcuni stati europei l'ultima crisi del debito è già stata completamente dimenticata".

Il vicepresidente del gruppo parlamentare della SPD, Achim Post, ha cercato invece di abbassare i toni: "In un momento cosi' importante per il futuro d'Europa mi piacerebbe vedere appelli che abbiano anche la capacità di mostrare un progetto futuro per l'Europa, invece di accontentarsi di elencare preoccupazioni e dubbi di ogni tipo".

Naturalmente le riforme devono essere attentamente considerate e ponderate in termini di rischi. Inoltre, non tutte le idee di riforma attualmente in discussione sono già abbastanza mature: "una maggiore coesione nell'eurozona non rappresenta un rischio per la sicurezza, al contrario, puo' e deve contribuire a rendere l'Eurozona ancora piu' a prova di crisi. E cio' sarebbe anche nell'interesse tedesco", ha detto il politico della SPD.

Il politico di AfD von Storch si rallegra

Il gruppo della FDP si sente confermato dall'appello. "Gli aiuti nell'eurozona devono essere sempre l'ultima ratio e non possono portare ad una messa in comune dei debiti", ha detto il vicepresidente  Christian Dürr. C'è il rischio di minare la sovranità fiscale nazionale e indebolire i criteri di stabilità, qualora le proposte di Macron e Junkcer venissero semplicemente applicate. "Il governo federale deve finalmente diventare l'avvocato dei contribuenti e dei risparmiatori", ha chiesto il politico della FDP.

Fra gli economisti ci sono state anche delle obiezioni. Marcel Fratzscher, il presidente del Deutsches Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW), ha twittato scrivendo che i firmatari dell'appello respingono la maggior parte delle riforme europee sulla base del fatto che creerebbero un "azzardo morale", una sorta di tentazione morale: "se a prevalere fossero queste posizioni, allora l'euro finirà e si arriverà ad una profonda depressione".

Il professore di economia di Francoforte Jan Pieter Krahnen ha parlato di "semplici argomentazioni in bianco e nero" definendo "sorprendente" che gli economisti vi si prestino. "Gran parte della mia professione non condivide queste posizioni", ha invece sottolineato la professoressa di economia di Bonn e membro del consiglio dei saggi economici, Isabel Schnadel. Dopotutto fra i firmatari c'era anche un ex presidente del Consiglio dei Saggi Economici, Juergen B. Donges.

Clemens Fuest, il presidente dell'istituto Ifo di Monaco ha dichiarato: "E' chiaro che nessuno vuole una messa in comune delle responsabilità - quello che secondo me manca all'appello è un piano convincente su come impedire l'estensione delle garanzie di solidarietà e su come si possano convincere gli altri stati ad appoggiare queste riforme". Il suo predecessore, l'ex presidente Ifo Hans-Werner Sinn, è fra i firmatari dell'appello. "Se si teme che le cose vadano sempre per il peggio e lo si considera anche probabile, allora si pone una questione esistenziale per l'euro - il documento lascia perplessi", scrive Michael Hüther, il direttore dell'Instituts der deutschen Wirtschaft (IW) di Colonia. Il macroeconomista Rüdiger Bachmann ha twittato che è significativo quali siano stati gli economisti a non firmare - ad esempio Fuest, Hüther e lui.

Gli ex politici di AfD nonché attuali parlamentari europei del gruppo dei Liberal-conservatori e riformisti, i professori di economia Bernd Lucke e Joachim Starbatty hanno appoggiato l'appello, sebbene in quanto politici non abbiano potuto firmare il documento. "Ci troviamo di fronte ad un importante momento di scelta nell'UE e il governo federale non si è ancora pronunciato in maniera sufficientemente chiara sul tema", ha affermato Lucke. E' "giusto e importante" che gli economisti mettano in guardia dai rischi di una euro-unione fondata sulla messa in comune delle responsabilità.

Starbatty, che a partire dal 1992 ha lanciato diverse azioni contro l'euro, ha peraltro espresso il suo scetticismo in merito alle prospettive di successo dell'attuale appello. "I professori non devono farsi alcuna illusione circa il successo dei loro appelli. Noi stessi siamo entrati in politica perché i nostri avvertimenti in merito ai pericoli dell'euro sono rimasti inascoltati". Il politico di AfD Beatrix von Storch ha twittato: "154 professori di economia chiedono urgentemente di votare per AfD - un po' tardi, ma è già qualcosa".

lunedì 21 maggio 2018

L'accorato appello dei 154 professori tedeschi

La Frankfurter Allgemeine Zeitung pubblica l'accoratissimo appello con il quale 154 professori tedeschi mettono in guardia dalla trasformazione dell'eurozona in una unione fondata sul debito e sulla condivisione della responsabilità, come previsto dai piani di Macron e Juncker. Fra i firmatari alcuni nomi molto noti: Hans Werner Sinn, Thomas Mayer e Jürgen Stark (ex BCE) e tanti altri. Il timing sembra perfetto per rispondere alle nuove proposte in arrivo dall'Italia. Dalla FAZ.net  


Noi - 154 professori di economia - mettiamo in guardia da un ulteriore sviluppo dell'unione monetaria e bancaria europea in direzione di una unione basata sulla messa in comune della responsabilità. Le proposte del presidente francese Macron e del presidente della Commissione Europea Juncker, menzionate nell'accordo di coalizione di Berlino, comportano dei grandi rischi per i cittadini europei.

1 Se il meccanismo di stabilità ESM, come previsto, dovesse essere utilizzato come una riassicurazione per il risanamento delle banche, verrebbe meno per gli istituti di credito e per le autorità di controllo ogni incentivo a ripulire i bilanci dai crediti inesigibili. Questo a spese della crescita e della stabilità finanziaria.

2. Se come previsto l'ESM dovesse essere trasferito all'interno del quadro legislativo dell'UE sotto forma di un Fondo Monetario Europeo (FME), il fondo finirebbe sotto l'influenza di paesi che non sono membri dell'eurozona. Poiché i singoli paesi perderebbero il diritto di veto sulle decisioni urgenti, i paesi creditori potrebbero essere messi in minoranza. Cosi' ad esempio il Bundestag tedesco perderebbe il suo diritto di controllo.

3. Se il sistema di garanzia dei depositi bancari, come previsto, venisse messo in comune, verrebbero socializzati anche i costi degli errori che le banche e i governi hanno commesso in passato.

4. Il previsto "Fondo europeo per gli investimenti per la stabilizzazione macroeconomica" e il "Fondo per il sostegno delle riforme strutturali" porteranno ad ulteriori trasferimenti e prestiti a favore di quei paesi della zona euro che in passato hanno evitato di fare le riforme necessarie. Sarebbe un errore premiare una condotta sbagliata. La Germania, all'interno del sistema di pagamento interbancario Target 2, ha già accettato piu' di 900 miliardi di euro di passività della BCE, sui quali non vengono pagati interessi e per i quali non è prevista alcuna scadenza o rimborso.

5. Un Ministro europeo delle finanze dotato di una capacità di bilancio e con un ruolo di interlocutore della BCE contribuirebbe ad una ulteriore politicizzazione della politica monetaria. Gli ingenti acquisti di obbligazioni da parte della BCE (2.550 miliardi di euro fino a settembre 2018) già ora possono essere equiparati a una monetizzazione del debito da parte della banca centrale.

Il principio di responsabilità è una pietra miliare dell'economia sociale di mercato. L'unione fondata sulla messa in comune della responsabilità mina la crescita e minaccia la prosperità di tutta l'Europa. Cio' è evidente nel livello salariale sempre piu' basso, soprattutto fra i piu' giovani. Pertanto chiediamo al governo federale di tornare ai principi di base dell'economia sociale di mercato.

Invece di creare nuove linee di credito e incentivi verso cattive condotte economiche è importante promuovere riforme strutturali. Il privilegio garantito ai titoli di stato nella gestione del rischio delle banche deve essere abolito. L'eurozona ha bisogno di una procedura di insolvenza ordinata per gli stati e di una procedura per l'uscita ordinata. L'unione del mercato dei capitali deve essere completata - anche perché i movimenti di capitale compensano gli schock asimmetrici. Nel consiglio BCE è necessario collegare i diritti di voto con le responsabilità. I Saldi Target devono essere compensati con regolarità. Gli acquisti di titoli di stato devono cessare rapidamente.




Alle 154 Unterzeichner


Hanjo Allinger, Rainer Alt, Peter Altmiks, Niels Angermüller, Gerhard Arminger, Philipp Bagus, Hartwig Bartling, Christian Bauer, Alexander Baumeister, Dirk Baur, Hanno Beck, Peter Bernholz, Norbert Berthold, Dirk Bethmann, Ulrich Blum, Christoph Braunschweig, Gerrit Brösel, Martin-Peter Büch, Walter Buhr, Rolf Caesar, Ronald Clapham, Erich Dauenhauer, Frank Daumann, Dietrich Dickertmann, Leef Dierks, Gerd Diethelm, Alexander Dilger, Juergen B. Donges, Norbert Eickhof, Alexander Eisenkopf, Mathias Erlei, Rolf Eschenburg, Stefan Felder, Robert Fenge, Cay Folkers, Siegfried Franke, Jan Franke-Viebach, Michael Frenkel, Andreas Freytag, Wilfried Fuhrmann, Werner Gaab, Gerhard Gehrig, Thomas Glauben, Frank Gogoll, Robert Göötz, Christiane Goodfellow, Rüdiger Grascht, Alfred Greiner, Heinz Grossekettler, Andrea Gubitz, Gerd Habermann, Hendrik Hagedorn, Gerd Hansen, Rolf Hasse, Klaus-Dirk Henke, Henner Hentze, Thomas Hering, Bernhard Herz, Stefan Hoderlein, Stephan Hornig, Guido Hülsmann, Jost Jacoby, Hans-Joachim Jarchow, Thomas Jost, Markus C. Kerber, Henning Klodt, Michael Knittel, Leonard Knoll, Andreas Knorr, Manfred Königstein, Ulrich Koester, Stefan Kooths, Walter Krämer, Dietmar Krafft, Rainer Künzel, Britta Kuhn, Werner Lachmann, Enno Langfeldt, Andreas Löhr, Tim Lohse, Helga Luckenbach, Reinar Lüdeke, Dominik Maltritz, Gerald Mann, Thomas Mayer, Dirk Meyer, Renate Ohr, Michael Olbrich, Werner Pascha, Hans-Georg Petersen, Wolfgang Pfaffenberger, Ingo Pies, Werner Plumpe, Mattias Polborn, Thorsten Polleit, Niklas Potrafke, Bernd Raffelhüschen, Bernd-Thomas, Ramb, Richard Reichel, Hayo Reimers, Stefan Reitz, Rudolf Richter, Wolfram F. Richter, Gerhard Rösl, Roland Rollberg, Alexander Ruddies, Gerhard Rübel, Karlhans Sauernheimer, Stefan Schäfer, Wolf Schäfer, Malcolm Schauf, Bernd Scherer, Jörg Schimmelpfennig, Ingo Schmidt, Dieter Schmidtchen, Michael Schmitz, Gunther Schnabl, Jan Schnellenbach, Bruno Schönfelder, Siegfried Schoppe, Jürgen Schröder, Christian Schubert, Alfred Schüller, Peter M. Schulze, Thomas Schuster, Christian Seidl, Hans-Werner Sinn, Fritz Söllner, Peter Spahn, Jürgen Stark, Wolfgang Ströbele, Stefan Tangermann, H. Jörg Thieme, Stefan Traub, Dieter Tscheulin, Ulrich van Suntum, Roland Vaubel, Stefan Voigt, Hermann von Laer, Hans-Jürgen Vosgerau, Adolf Wagner, Heike Walterscheid, Gerhard Wegner, Rafael Weißbach, Heinz-Dieter Wenzel, Max Wewel, Hans Wielens, Otto Wiese, Rainer Willeke, Manfred Willms, Dietrich Winterhager, Michael Wohlgemuth, Hans-Werner Wohltmann, Achim Zink

domenica 20 maggio 2018

Avvertimenti tedeski

Dalla Germania arrivano i primi avvertimenti verso il nascente governo italiano, sempre con un occhio alle elezioni bavaresi di settembre, dove una AfD tonica potrebbe superare una SPD sempre piu' in affanno. Del resto il sentiero per Frau Merkel e Herr Scholz è stretto, da un lato l'insostenibilità politica dell'unione di trasferimento, dall'altro l'impraticabilità, per ragioni politiche e storiche, dell'opzione uscita dall'euro. Per AfD si aprono autostrade elettorali. Da Handelsblatt.de


Il capogruppo della CSU Alexander Dobrindt commenta la formazione del governo italiano: "la nuova coalizione del debito in Italia è un avvertimento per tutta l'Europa. Il principio di stabilità dell'UE per noi non è negoziabile. La Germania non intende pagare il conto per il nuovo programma del debito italiano".

Il leader della FDP Christian Lindner invita la Cancelliera Angela Merkel a cambiare rotta. Poiché i populisti di destra in Italia vogliono allontanarsi dal corso di austerità seguito fino ad ora, Merkel da parte sua dovrebbe fare un riferimento alla responsabilità finanziaria dei singoli. "Invece di mettere sul tavolo un aumento delle garanzie tedesche per le banche italiane, dovrebbe invece mettere in chiaro che la Germania non accetta il ritorno ad una politica del debito", ha detto Lindner alla Bild.

Il leader di AfD Alexander Gauland chiede invece la fine ordinata della zona Euro. "Con una certa disinvoltura la già super-indebitata Italia vorrebbe continuare ad incrementare la spesa in maniera massiccia", ha detto Gauland in un comunicato stampa di sabato. "I piani del nuovo governo italiano mostrano in modo impressionante l'errore principale su cui si basa l'unione monetaria e del debito fondata appunto su una messa in comune delle garanzie".

Intervista al compagno Oskar Lafontaine: "aiutiamoli a casa loro!"

Der Spiegel intervista Oskar Lafontaine, leader storico della socialdemocrazia tedesca nonché fondatore della Linke, il quale in vista del congresso del partito di giugno non ha alcun problema a ripetere ancora una volta quello che anche a sinistra sono in molti a pensare: aiutiamoli a casa loro! Da Der Spiegel


Spiegel: "guerrafondai", "incendiari", "incapaci di fare la pace" - questo è quello che lei ha scritto sugli Stati Uniti e sul presidente Trump dalla sua pagina su Facebook. Abbiamo l'impressione che lei sia alquanto arrabbiato con questo paese.

Lafontaine: io non sono d'accordo con la bugia secondo la quale le guerre degli Stati Uniti servono la democrazia e i diritti umani. La politica estera degli Stati Uniti è finalizzata alla  conquista di materie prime e mercati di sbocco

Spiegel: come dovrebbe comportarsi il governo tedesco con gli americani e con Trump?

Lafontaine: abbiamo bisogno di cooperare con il più' forte potere militare ed economico del mondo, ma dobbiamo difendere con consapevolezza i nostri interessi

Spiegel: perché non attacca Wladimir Putin con la stessa durezza con la quale attacca Trump?

Lafontaine: per decenni le truppe russe hanno stazionato nell'Europa orientale e in Germania. Ora le truppe Nato, incluse le truppe tedesche, sono al confine russo. Chi è l'aggressore dunque?

Spiegel: Putin ha annesso la Crimea, appoggia i separatisti nell'est dell'Ucraina e destabilizza il paese. In Siria appoggia il brutale regime di Assad con l'uso di bombardieri russi. Questa si chiama aggressione. Non è cosi' anche per lei?

Lafontaine: prima dell'annessione della Crimea c'è stato l'allargamento della Nato ad est che violava la promessa fatta a Michail Gorbatschow e il tentativo di includere l'Ucraina all'interno della Nato. Per destabilizzare la Siria, in collaborazione con le dittature del Golfo, gli Stati Uniti hanno appoggiato per anni le bande di assassini dell'IS, prima dell'intervento della Russia. Noi condanniamo ogni guerra. Ma gli Stati Uniti spendono ogni anno quasi 610 miliardi di euro per le loro guerre, dieci volte di piu' della Russia, con circa 66 miliardi di dollari.

Spiegel: parliamo della sinistra. Perché il partito non riesce a stare in pace?

Lafontaine: in tutti i partiti ci sono opinioni diverse sulle questioni specifiche, ci sono rivalità e vanità.

Spiegel: recentemente si è addirittura parlato di odio all'interno del partito

Lafontaine: ci sono e ci saranno sempre profondi disaccordi, mi ricordo Willy Brandt e Herbert Wehner oppure Heiner Geißler e Helmut Kohl. Dobbiamo portare avanti le nostre discussioni in maniera fattuale. Ad esempio sull'immigrazione. I perseguitati politici devono poter ottenere il diritto d'asilo, i rifugiati di guerra devono essere aiutati. La discussione riguarda la migrazione di manodopera. Il diritto di soggiorno e 1.050 euro al mese per tutti, come era scritto nel programma elettorale per il Bundestag, non sono proponibili. Io la penso come Bernie Sanders: l'immigrazione economica non aiuta né i piu' deboli nei paesi di origine, né i piu' deboli nei paesi di destinazione. Aiutarli è compito della politica di sinistra.

Spiegel: che cosa propone?

Lafontaine: spendiamo 150 miliardi di euro all'anno per il 10% dei rifugiati che riescono a raggiungere i paesi industrializzati, e solo 5 miliardi per il 90% dei profughi rimasti nei campi delle regioni di crisi. I miliardi dovrebbero essere spesi in primo luogo per il 90% rimasto nei campi, che spesso hanno meno di un dollaro al giorno.

Spiegel: ma nella mozione dei vertici del partito per il congresso di giugno tuttavia si parla ancora di "frontiere aperte"

Lafontaine: ma non per tutti! Questo è un cambiamento. Una parte del partito tuttavia si comporta come se ci fossero risorse illimitate. Nel documento è scritto: "per anni le persone hanno avuto l'impressione che il denaro pubblico fosse speso in una guerra per la redistribuzione fra: biblioteche, impianti sportivi, le scuole o il trasporto locale - oppure fra i rifugiati e la popolazione locale. Ci opponiamo a queste false contrapposizioni". Se i nostri politici nei comuni, nelle regioni e nel governo federale dovessero seguire questo approccio, non potrebbero partecipare a nessuna seduta di decisione sul bilancio. Un euro purtroppo puo' essere speso solo una volta.

Spiegel: è necessario quindi rafforzare anche i controlli alle frontiere e i rimpatri?

Lafontaine: dobbiamo spendere molto piu' denaro per alleviare le sofferenze nei paesi di origine e non discutere unicamente di controlli alle frontiere e di rimpatri.

Spiegel: ma i controlli sono una parte, se intende ridurre l'immigrazione.

Lafontaine: io sono favorevole a mettere in sicurezza i confini esterni dell'Europa. Senza confini protetti non puo' esserci uno stato. Ma non mi convince per niente quando una parte della sinistra si oppone a qualsiasi rimpatrio, poi pero' nelle regioni in cui governano fanno il contrario.

Spiegel: per il suo comportamento è stato ampiamente criticato. La mozione principale recita: "chi vuole combattere la destra non puo' utilizzare il loro stesso linguaggio". E' un messaggio per lei?

Lafontaine: no, non ho mai sentito dire ad AfD, CDU e FDP che vogliono aumentare gli aiuti nei paesi di origine per miliardi di dollari.

Spiegel: Herr Lafontaine, lei ha 74 anni, continua ha immischiarsi sempre in maniera molto rumorosa nel dibattito sulla politica federale, attirando critiche su di sé da tutte le parti. Chi glielo fa fare?

Lafontaine: io ho sempre voluto e voglio ancora qualcosa: il ripristino dello stato sociale, una politica estera pacifica, una politica europea di buon vicinato e lasciare ai nostri figli e nipoti un mondo in cui valga la pena vivere.


Puntate precedenti:











sabato 19 maggio 2018

La ragionevolezza delle nuove idee italiane e la ricattabilità dei tedeschi

A parlare di Italia sulla stampa tedesca non ci sono solo i fenomeni alla Piller e Gumpel ma si trovano anche opinionisti di rango come Daniel Stelter che su una rivista prestigiosa come Manager Magazin non ha alcun problema a schierarsi a favore della proposta italiana per la cancellazione del debito. Oltre 10 anni di bugie da parte della politica tedesca non solo hanno reso la Germania ricattabile ma è arrivato il momento di dire che presto o tardi il paese dei primi della Klasse andrà a sbattere contro una marea di crediti esteri inesigibili. Meglio agire per tempo mettendo in discussione la moneta unica. Da Manager Magazin


Solo gli osservatori piu' creduloni e quelli che si lasciano cullare dalle dichiarazioni ufficiali dei dirigenti della BCE sono rimasti sorpresi. L'euro resta una costruzione che ha aumentato le differenze economiche invece di promuovere la convergenza dei paesi coinvolti, come ci era stato promesso. Dice il FMI.

E non puo' essere stabilizzato con maggiori trasferimenti fra i paesi. Dice ancora il FMI.

La situazione negli ultimi anni è peggiorata sotto ogni aspetto. Solo in riferimento all'indebitamento del settore privato e a quello complessivo, alcuni paesi come il Portogallo o la Spagna hanno fatto alcuni piccoli progressi. Cio' è dovuto in parte al miglioramento della congiuntura globale e soprattutto alla banca centrale europea che con la sua aggressiva politica del denaro a costo zero e con l'acquisto massiccio di titoli di stato ha dato l'illusione di un miglioramento. Come si fa con i malati terminali: per ottenere un certo livello di euforia la BCE ha somministrato grandi quantità di morfina. Tuttavia non è possibile curare con la morfina.

La Germania è il vero vincitore dell'euro? Una leggenda

L'Europa ha bisogno di un processo ordinato per gestire l'uscita dalla situazione di indebitamento eccessivo degli stati e dei privati. A tal fine i creditori, soprattutto la Germania, e i debitori dovrebbero trovare un accordo su una combinazione fra: taglio del debito, socializzazione dei debiti e allungamento delle scadenze. Senza una pulizia dai crediti deterioriati l'eurozona resterà intrappolata in uno scenario giapponese. 

La soluzione dovrebbe essere un fondo per il rimborso del debito pubblico e privato, i cui pagamenti dovrebbero essere prolungati per decenni e per il quale i paesi creditori dovrebbero dare il contributo maggiore. Il piano per il fondo esiste già da diversi anni. Dopo di cio' si potrebbe anche decidere in pace quali paesi possono restare nell'euro: Italia, Portogallo e Grecia sicuramente no.

Il rifiuto dei politici tedeschi di riconoscere questa situazione agendo di conseguenza, aumenta ogni giorno il danno finanziario, economico e politico. Insistere sulle politiche di austerità e sulle riforme è teoricamente anche corretto, ma in una situazione di eccessivo indebitamento è controproducente. L'europolitica tedesca è andata a sbattere. La responsabilità di tutto cio' è di chi ci ha governato negli ultimi 10 anni, di chi per paura degli elettori ha fatto affidamento sull'insabbiamento, la repressione e sul principio della speranza.

Allo stesso tempo è stato ripetutamente sottolineato quanto l'euro sia importante per la Germania e che noi saremmo i veri beneficiari della moneta unica. In verità l'euro è un programma di sovvenzioni su larga scala erogate all'industria dell'export nazionale, che come sempre accade quando ci sono tali sovvenzioni, sta vivendo una pseudo-fioritura, mentre gli aumenti di produttività sono in calo. Inoltre siamo noi a pagare questi sussidi. Ed è una favola quella secondo cui i veri vincitori dell'euro saremmo noi tedeschi.

La politica tedesca ci ha reso ricattabili

A causa del rifiuto della politica tedesca di sostenere un corso politico costruttivo - ma sicuramente costoso - ci siamo trovati in una situazione di ricattabilità. La parola chiave sono gli esplosivi saldi Target II della Bundesbank, che si stanno avvicinando ai 1.000 miliardi di euro. Si tratta di oltre 12.000 euro a testa per ogni residente in Germania, denaro che prestiamo senza interessi, senza una scadenza e senza alcuna garanzia a dei paesi con un rating creditizio molto debole. Altri paesi come la Norvegia, Singapore e persino la Svizzera (attraverso la banca centrale) investono i loro soldi nel modo piu' proficuo possibile. Noi invece i nostri soldi potremmo anche regalarli.

Sebbene Mario Draghi sottolinei che un paese che esce dall'euro deve "naturalmente" rimborsare i suoi debiti Target, sarebbe piu' o meno come cercare di mettere le mani nelle tasche di un uomo nudo. L'Italia dichiarerebbe semplicemente la bancarotta. Problema risolto. Allora cosa dovremmo fare?

La situazione speciale dell'Italia

E gli italiani naturalmente questo lo sanno. Ho già spiegato piu' volte perché l'Italia rimane il primo candidato per un'uscita dall'euro. La recessione è durata piu' a lungo di quella degli anni '30. La performance economica è ben al di sotto del livello già non brillante del 2008.  La disoccupazione è elevata e il debito pubblico è fuori controllo. Il recupero del 30% di svantaggio in termini di costo del lavoro per unità di prodotto nei confronti della Germania tramite una svalutazione interna, vale a dire la riduzione dei salari, è del tutto illusorio.

L'Italia potrebbe salvare una parte della sua base industriale uscendo dall'eurozona. Con una lira svalutata il paese tornerebbe competitivo da un giorno all'altro.

I politici italiani hanno imparato dagli errori della Grecia. La semplice minaccia di un'uscita non funziona. E' meglio prepararla con una valuta parallela, contro la cui introduzione né Bruxelles né la BCE potranno fare molto.

Una volta che la nuova lira è in circolazione sarà sufficiente un decreto e l'euro in Italia sarà storia. Sarà quindi possibile convertire una buona parte del debito nella nuova valuta. I creditori a cui cio' non è piaciuto potranno lamentarsi a Londra. Ma ci vorrà del tempo.

La coalizione fra Lega e Cinque Stelle voleva andare direttamente in questa direzione. Ma anche con il passaggio all'euro resterebbe il problema dell'alto indebitamento. Poiché la maggior parte dei creditori risiede nel paese - le ricche famiglie italiane - quella di annullare i crediti in mano alla BCE è una buona idea. Solo il momento della pubblicazione è stato infelice. Il governo probabilmente voleva uscire allo scoperto un po' piu' avanti.

Cancellazione del debito - perché no?

E' importante sapere che l'annullamento del debito detenuto dalla BCE non è nemmeno una cattiva idea, a condizione che sia legato ad alcune premesse. Io mi immagino già le urla di chi sostiene che si tratta del vietatissimo finanziamento agli stati da parte della banca centrale, il quale contraddice qualsiasi trattato dell'UE e dell'Eurozona.

Sull'argomento bisogna dire una cosa: non sarebbe certo il primo né l'ultimo trattato violato dai politici - nel tentativo disperato di far quadrare un progetto politico che economicamente non funziona ed è contrario ad ogni logica. 

L'idea della cancellazione del debito non è nuova. In Gran Bretagna, in considerazione della situazione debitoria del paese, se ne parla da anni. L'ex capo di McKinsey Lord Adair Turner ne ha parlato come della sola possibilità per il mondo occidentale di uscire dalla trappola del debito.

Il suo libro "Debt and the Devil" merita di essere letto. In esso chiede che le banche centrali acquistino gran parte del debito pubblico e poi semplicemente lo azzerino. Dal momento che le banche centrali non possono fallire non sarebbe particolarmente problematico, a patto pero' che si tratti di un caso unico.

E questo è davvero il punto critico. Se venisse ripetuto, la fiducia nel valore del denaro scomparirebbe e ci troveremmo nuovamente nelle condizioni di Weimar.

La questione dell'effetto sul valore della moneta è decisiva. Mentre alcuni economisti si aspettano sin da subito un'inflazione elevata, altri sottolineano che non ci sarebbe la creazione di nuovo denaro, perché è già in circolazione. 

Se ora noi in Europa volessimo andare in questa direzione, avremmo naturalmente un problema di redistribuzione. I paesi che hanno mantenuto basso il debito, come la Germania, avrebbero dei vantaggi inferiori rispetto ai paesi con un debito piu' alto.

Tuttavia dovremmo farlo in maniera complessiva e comprendere nella cancellazione anche il debito di tutti gli altri paesi e al tempo stesso l'eccesso di debito privato che si nasconde dietro gli oltre 1.000 miliardi di crediti deteriorati nei bilanci delle banche europee. Parliamo di una somma complessiva di oltre 3 trilioni.

Gli italiani possono essere accusati solo di non aver pensato abbastanza in grande. Cosa sono 250 miliardi per l'Italia? Se vuoi davvero farlo, fallo per bene e fallo per tutti.

Usciamo prima che a farlo sia l'Italia

"Usciamo prima che a farlo sia l'Italia", era il mio consiglio nell'agosto del 2015. Si' ancora una volta arrivava in anticipo ed è probabile che anche questa volta sia in anticipo. L'Italia avvierà sicuramente un'ampia azione diplomatica alla ricerca di altra morfina per ritardare la bancarotta. Il nostro governo continuerà senza dubbio a insistere nella stessa direzione, a prescindere dal costo delle misure.

Gli italiani, a differenza di noi, almeno sembra che abbiano una strategia. Sarebbe molto meglio avvicinarci all'uscita. Un'eurozona senza la Germania sarebbe sicuramente piu' omogenea e funzionerebbe meglio. Se fino ad allora sarà possibile spillare soldi alla Germania, tanto meglio. Già sei anni fa la Bank of America ipotizzava che dal punto di vista della teoria dei giochi per l'Italia sarebbe stato ottimale estorcere quanto piu' denaro possibile alla Germania, per poi uscire. Ancora meglio sarebbe se ad uscire fossimo noi. 

Se tanto alla fine si arriverà comunque a questo sviluppo, perchè allora non sarebbe preferibile farlo oggi, invece di domani?

venerdì 18 maggio 2018

Clemens Fuest: "1.000 euro a testa"

Anche Focus.de non poteva astenersi dal commentare le nuove proposte in arrivo dall'Italia scomodando addirittura il presidente dell'Ifo Institute di Monaco, Clemens Fuest, il quale ha già fatto i calcoli e quindi spiega ai lettori che gli italiani vorrebbero scaricare 1.000 euro di debito non onorato su ogni singolo tedesco: la crisi spiegata all'uomo della strada. Da Focus.de




Fuest ha dei dubbi sulle competenze economiche della coalizione

Gli economisti sono indignati. Clemens Fuest, presidente dell'Istituto Ifo di Monaco, non ha nessuna considerazione del piano: "la richiesta italiana mina le fondamenta dell'unione monetaria", dice Fuest a Focus Online. Non è accettabile "che i singoli paesi vogliano mettere le mani nelle tasche dei contribuenti degli altri paesi".

Fuest, considerato uno degli economisti tedeschi piu' famosi e rinomati, mette in discussione le competenze economiche dei politici italiani: la richiesta "di una cancellazione del debito detenuto dalla BCE è un'assurdità".

5 Stelle e Lega Nord pretendono infatti la cancellazione delle obbligazioni italiane acquistate dalla BCE. "In tal modo trascurano il fatto che eventuali perdite derivanti dall'acquisto dei titoli di stato nazionali sarebbero sopportate dalle rispettive banche centrali", chiarisce Fuest, "in questo caso da Banca d'Italia, che appartiene al governo italiano".

Gli altri stati della zona euro devono essero d'accordo

Il presidente Ifo chiarisce come dovrebbe essere in realtà la procedura per la riduzione del debito richiesta dall'Italia: "per avere un reale margine di manovra finanziario, gli altri stati membri dovrebbero dichiararsi disponibili a farsi carico del debito italiano".

Se infatti si dovesse arrivare al punto in cui gli altri stati UE devono farsi completamente carico delle perdite della BCE, il conto per il contribuente tedesco sarebbe scandalosamente alto: "se i costi fossero distribuiti proporzionalmente alla forza economica dei paesi, la Germania dovrebbe pagarne il 34%, vale a dire 86 miliardi di euro", calcola Fuest.

Sarebbero piu' di 1.000 euro a testa per ogni cittadino tedesco. Questo dovrebbe essere sufficiente a chiarire che il governo federale tedesco non accetterà mai un cosi' pessimo affare.